Vogue World Milano 2026: la Galleria mette il Made in Italy alla prova del futuro

by Francesco Russo
Vogue World Milano 2026 nella Galleria Vittorio Emanuele II durante la Milano Fashion Week

Oltre 360 talenti, cinque atti, Roberto Bolle, Alicia Keys, le Voci Bianche della Scala e otto Memory Dresses firmati dalle grandi maison italiane. Sotto la cupola della Galleria Vittorio Emanuele II, Vogue ha costruito un racconto che parte dalla bottega rinascimentale e arriva all’intelligenza artificiale. Al centro resta la questione sulla quale si gioca una parte del futuro del lusso: il valore della mano, del sapere e del tempo umano quando la tecnologia accelera ogni processo creativo.

Per alcune ore la Galleria Vittorio Emanuele II ha smesso di essere il passaggio quotidiano fra piazza Duomo e la Scala, il luogo attraversato senza soluzione di continuità da milanesi, turisti, boutique, ristoranti e caffè, per diventare una macchina scenica capace di riunire passerella, backstage, musica, danza e produzione televisiva destinata a un pubblico globale.

Martedì 22 settembre, nella prima giornata della Milano Fashion Week, Vogue World: Milano ha portato sotto la cupola oltre 360 fra talenti, performer e modelli, costruendo cinque atti attorno al rapporto fra lavoro manuale e trasformazione tecnologica. Roberto Bolle ha danzato sulle note della Traviata, Alicia Keys ha portato al pianoforte I Feel Love di Donna Summer, cento Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala hanno attraversato la partitura musicale dello show e otto grandi maison italiane hanno realizzato altrettanti Memory Dresses destinati al finale.

La quantità di nomi e immagini avrebbe consentito di costruire facilmente l’ennesima celebrazione mondana della settimana della moda. Il punto interessante stava altrove, nel tema scelto per rappresentare l’Italia davanti al pubblico internazionale: la capacità di fare.

Vogue ha dedicato Milano alla manifattura, alla trasmissione del sapere e al rapporto fra la mano e la macchina proprio nel momento in cui intelligenza artificiale, automazione e nuovi strumenti digitali entrano sempre più profondamente nella creazione, nella produzione e nella comunicazione della moda.

Francesca Ragazzi, Head of Editorial Content di Vogue Italia, aveva indicato questa relazione fra genio artigianale e intelligenza artificiale come una delle ragioni della scelta di Milano, mentre Anna Wintour ha sottolineato la peculiarità di una città nella quale patrimonio, modernità, arte, opera e industria continuano a convivere.

È probabilmente qui che Vogue World ha trovato la propria ragione editoriale più convincente: utilizzare la spettacolarità per mostrare ciò che normalmente resta dietro il prodotto.

Vogue World Milano 2026

Cinque città, cinque modi di raccontare la moda

Milano rappresenta la quinta tappa di un progetto che cambia fisionomia insieme alla città che lo ospita. Vogue World nacque a New York nel 2022, nel clima della ripartenza post-pandemica, con uno show accompagnato da una street fair; nel 2023 Londra trasformò il format in una serata dedicata alle performing arts, mentre Parigi 2024 mise in relazione moda e sport a Place Vendôme, riunendo oltre cinquecento fra modelli, atleti e performer. Hollywood, nel 2025, utilizzò invece gli Studios Paramount per esplorare il rapporto storico fra moda e cinema.

A Milano il tema diventa la relazione fra craftsmanship e human touch nell’età della tecnologia, e la scelta modifica inevitabilmente anche il significato dell’evento. La moda italiana viene raccontata attraverso il sistema che la rende possibile: creatività, manifattura, industria, cultura e capacità di trasferire una competenza da una generazione alla successiva.

La Galleria entra nello spettacolo

La scelta della Galleria Vittorio Emanuele II ha aggiunto al progetto un livello che nessuna scenografia avrebbe potuto ricostruire artificialmente.

Progettata da Giuseppe Mengoni e completata nel 1877, la Galleria nacque mentre l’Europa attraversava industrializzazione, crescita della borghesia urbana e trasformazioni profonde del commercio. Da quasi un secolo e mezzo collega il Duomo alla Scala tenendo insieme consumo, cultura e rappresentazione sociale, fino a diventare uno dei simboli della Milano internazionale. La coincidenza con l’apertura di Prada Galleria rende questi giorni ancora più interessanti. Poche ore prima di Vogue World, Prada e Vogue hanno organizzato un cocktail di anteprima attraverso gli otto piani del nuovo complesso della maison, che riunisce retail, Marchesi 1824, arte, archivio e accoglienza privata. Milano Luxury Life aveva anticipato il progetto già in luglio, leggendo nella nuova casa di Prada una delle espressioni più evidenti della trasformazione del retail di alta gamma: la boutique continua a vendere prodotto, mentre intorno alla vendita crescono cultura, ristorazione, servizio e relazione privata con il cliente. Prada Galleria, la maison ricostruisce la propria casa nel cuore di Milano

Nell’arco di poche ore la Galleria ha quindi ospitato due manifestazioni diverse della stessa trasformazione: un flagship costruito per trattenere il cliente nel mondo della maison e un evento globale capace di trasformare l’intero monumento in un mezzo di comunicazione.

Prima delle maison arrivano gli artigiani

L’apertura dello show ha stabilito immediatamente la gerarchia del racconto. Il preludio non è stato affidato a una celebrity, ma a tre oggetti: un globo celeste realizzato da Leonardo Frigo attraverso incisione, colorazione e doratura manuali; un telaio ideato da Judith Clark Studio; un modello ligneo del Duomo proveniente dal Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci. Dietro di loro sono entrati artigiani delle maison italiane con i propri camici bianchi, mentre le cento Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala prendevano posto nella Galleria.

Secondo il sistema Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, fra il 2026 e il 2029 moda e tessile avranno bisogno ogni anno di 14-16 mila nuovi occupati, con una difficoltà di reperimento dei profili che si aggira intorno al 55%. La domanda riguarda proprio competenze artigianali, digitali e legate alle nuove tecnologie sostenibili. La moda italiana, secondo i dati Confindustria Moda richiamati da Cliclavoro, vale circa 58,4 miliardi di euro, conta oltre 372 mila addetti e più di 37 mila imprese, rappresentando circa il 30% della produzione europea del tessile-abbigliamento.

Celebrarne le mani, dunque, significa mettere in scena una delle principali risorse industriali del Paese e contemporaneamente una delle sue vulnerabilità: quelle competenze richiedono anni per essere formate e non possono essere considerate una disponibilità infinita.

Camera Nazionale della Moda Italiana ha dedicato quest’anno a questo tema anche Grand Tour. Viaggio attraverso le Accademie delle Arti e dei Mestieri, documentando i percorsi formativi di maison come Brioni, Brunello Cucinelli, Dolce&Gabbana, Fendi, OTB, Kiton, Tod’s e Valentino.

Gigi Hadid e le 1.680 ore che non si vedono in passerella

La teoria dello show ha trovato una delle sue dimostrazioni più efficaci nel primo grande ingresso. Gigi Hadid ha aperto la passerella con un abito Valentino Haute Couture disegnato da Alessandro Michele, realizzato utilizzando anche quilt veneziani riciclati. Secondo Vogue, la costruzione dell’abito ha richiesto 1.680 ore di lavoro manuale.

I secondi durante i quali un abito attraversa una passerella possono contenere mesi di lavoro invisibile, conoscenze sedimentate, prove, errori, ricami e interventi che difficilmente entrano nella percezione immediata dello spettatore. Nell’epoca in cui la tecnologia riduce drasticamente i tempi di molte attività creative, il tempo umano incorporato in un prodotto di alta gamma torna così a essere parte della sua rarità.

La passerella ha riunito generazioni differenti della moda, con Vittoria Ceretti, Mariacarla Boscono, Bianca Balti e Deva Cassel accanto a Gigi Hadid. Ceretti ha attraversato lo show prima con un Valentino Haute Couture d’archivio e ha poi chiuso Vogue World indossando un Prada custom firmato da Miuccia Prada e Raf Simons. La presenza di Lorenzo Musetti, al debutto in passerella con Bottega Veneta, ha ulteriormente allargato il linguaggio dello show verso lo sport e la cultura pop contemporanea.

Dal Rinascimento alla fabbrica

Il primo atto, La rivoluzione artigianale, ha ricondotto la moda alle proprie radici materiali attraverso broccati, pizzi, ornamenti e superfici lavorate, mentre Vagh’ amorosi augelli di Maddalena Casulana e Vessels di Philip Glass costruivano il paesaggio musicale. Con La rivoluzione industriale, Vogue ha spostato il racconto verso il momento in cui la bottega incontra la capacità produttiva: lane, sartorialità, monocromie, cinquanta ballerini e una coreografia di Charm La’Donna sulle note di Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano.

È esattamente nell’incontro fra questi due mondi che il Made in Italy ha costruito buona parte della propria posizione internazionale. Dietro le grandi maison esiste una rete diffusa di concerie, tessiture, laboratori, ricamifici, aziende calzaturiere e fornitori specializzati capace di lavorare contemporaneamente con logiche quasi artigianali e con una produzione destinata ai mercati globali.

Anche per questa ragione Camera Moda e la Fédération de la Haute Couture et de la Mode hanno sviluppato nel 2026 un framework ESG congiunto per la supply chain, nato anche dalla necessità di evitare che gli obblighi amministrativi e di rendicontazione diventino insostenibili per i piccoli laboratori che custodiscono una parte decisiva delle competenze dell’alto di gamma.

Quando il Made in Italy diventa immaginario

Nel terzo atto, Made in Italy, la produzione ha lasciato il posto alla cultura visiva. La Galleria è stata attraversata dalle figure che ne costruiscono ogni giorno il paesaggio umano: turisti, clienti, un libraio, un fiorista, una madre con il passeggino, un ciclista e le sciure milanesi, insieme a Carlo Cracco, al campione olimpico di skateboard Keegan Palmer e alle attrici Valentina Romani e Simone Ashley.

Il Made in Italy ha sempre avuto questa capacità: trasformare la produzione in immaginario. Moda, cinema, automobile, design, gastronomia, musica e città hanno contribuito per decenni a dare al prodotto italiano un significato che supera l’oggetto.

Anche la colonna sonora ha seguito la stessa geografia culturale, passando da Adriano Celentano, Ennio Morricone e Pino D’Angiò fino a Giorgio Moroder, Gigi D’Agostino e Umberto Tozzi. Nello show hanno trovato spazio decine di marchi italiani e internazionali, da Armani Privé a Bottega Veneta, Brunello Cucinelli, Bulgari, Dior, Dolce&Gabbana, Fendi, Ferragamo, Gucci, Jil Sander, Marni, Miu Miu, Moncler, Prada, Roberto Cavalli, Valentino, Versace e Zegna.

Roberto Bolle porta la Scala sotto la cupola

L’intermezzo ha riportato il racconto nel cuore della cultura milanese. Quattro cantanti lirici sono comparsi alle finestre della Galleria mentre Roberto Bolle, accompagnato da sei danzatori, ha interpretato una coreografia di Laccio sulle musiche della Traviata di Giuseppe Verdi. Per la performance Bolle e i ballerini hanno indossato costumi Ferrari disegnati da Rocco Iannone, sviluppati intorno al movimento, alla trasformazione e alla lavorazione artigianale.

Moda, industria automobilistica, opera e danza si sono così incontrate nello stesso spazio senza bisogno di costruire artificiosamente il legame fra discipline: la Scala si trova letteralmente all’altra estremità della Galleria.

Vogue World Milano 2026

Quando arrivano i robot

Il quarto atto, L’età dell’intelligenza, ha affrontato direttamente il tema tecnologico. Quattro robot hanno condiviso lo spazio con modelli e atleti, mentre la selezione dei look si concentrava su performance, sport, tessuti innovativi e nuovi materiali. Fra le protagoniste figuravano Arianna Fontana, Paola Egonu, Myriam Sylla e Veronica Yoko Plebani, sulle note di L’amour toujours di Gigi D’Agostino.

L’ingresso delle macchine arrivava però dopo quasi un’ora costruita sulle mani, sui laboratori e sull’evoluzione della produzione, e per questo assumeva una funzione diversa dalla consueta esibizione futuristica.

Gli artigiani intervistati da Vogue alla vigilia dell’evento hanno restituito una posizione meno semplicistica: innovazione e tecnologia possono entrare nella manifattura senza rendere superflua la conoscenza umana, purché il sapere venga trasmesso e utilizzato per governare i nuovi strumenti.

La partita futura della moda italiana potrebbe giocarsi precisamente su questa capacità di integrare le due dimensioni.

Alicia Keys e le otto memorie del futuro

Con L’immaginazione, il quinto atto ha abbandonato ogni epoca precisa. Alicia Keys si è seduta al pianoforte per interpretare I Feel Love di Donna Summer, uno dei brani che meglio rappresentano l’incontro fra voce umana e innovazione elettronica grazie alla produzione di Giorgio Moroder, mentre figure vestite di bianco trasformavano la Galleria in una superficie sulla quale immaginare ciò che verrà. Il finale è stato affidato ai Memory Dresses, otto creazioni di Armani Privé, Bottega Veneta, Dolce&Gabbana, Fendi, Ferragamo, Gucci, Prada e Valentino, chiamate a reinterpretare il patrimonio delle rispettive maison attraverso nuovi abiti. Vogue Italia ha raccontato nel dettaglio queste creazioni, sottolineando come il bianco fosse stato utilizzato come spazio aperto sul futuro e come, con una sola eccezione, i look del finale fossero stati realizzati appositamente per l’evento.

La memoria, in questa costruzione, non diventa un esercizio nostalgico. Funziona come archivio dal quale estrarre codici, tecniche e proporzioni da riportare nel presente.

Seimila oggetti di carta sotto la cupola

Il gran finale ha affidato a Jony Ive e LoveFrom un’immagine destinata a rimanere fra le più riconoscibili della serata: oltre 6.000 oggetti di carta, progettati nell’arco di diversi mesi, sono scesi dalla cupola della Galleria sulle note di Gloria di Umberto Tozzi. Ive ha individuato in Milano una qualità precisa, osservando come la città continui a conservare una relazione particolarmente stretta fra il momento in cui qualcosa viene pensato e quello in cui viene effettivamente realizzato, due funzioni che in molti altri sistemi produttivi si sono progressivamente separate.

È una lettura che riporta il racconto al suo punto di partenza: la competitività di Milano non dipende soltanto dalla presenza dei grandi marchi o dalla quantità di eventi internazionali, ma dalla possibilità di tenere insieme idea, progetto, materia e produzione.

Una front row che rappresentava l’industria

La platea raccontava a sua volta l’ampiezza dell’operazione. Erano presenti Maria Grazia Chiuri, Maximilian Davis, Leo Dell’Orco, Domenico Dolce, Stefano Gabbana, Demna, Camille Miceli, Alessandro Michele, Pieter Mulier, Pierpaolo Piccioli, Miuccia Prada, Meryll Rogge, Francesco Risso, Alessandro Sartori, Raf Simons, Matteo Tamburini, Louise Trotter e Donatella Versace, accanto a protagonisti dello spettacolo e della cultura internazionale fra cui Pamela Anderson, Monica Bellucci, Ciara, Dakota Johnson, Heidi Klum, Jennifer Lopez, Marco Mengoni, Michele Morrone, Luisa Ranieri e Aryna Sabalenka.

La concentrazione nello stesso luogo di direttori creativi appartenenti a gruppi concorrenti, case indipendenti, famiglie storiche e nuovi protagonisti ha conferito a Vogue World una dimensione che supera quella del singolo fashion show.

Per una sera l’industria ha condiviso un racconto comune proprio mentre ciascuna maison compete per la stessa clientela internazionale, in una fase nella quale il lusso è diventato più selettivo e la capacità di costruire desiderio torna a pesare quanto la distribuzione.

È la stessa trasformazione che Milano Luxury Life sta seguendo attraverso il dossier sulla Milano Fashion Week settembre 2026 e la guida dedicata a party, cocktail, mostre e appuntamenti della settimana della moda, in un calendario nel quale la competizione fra i marchi si estende ormai ben oltre la passerella.

Da piazza Duomo a Quarto Oggiaro

La dimensione spettacolare di Vogue World lascia anche un risultato molto concreto alla città. Vogue ha confermato un investimento di almeno 2 milioni di euro per la riqualificazione della biblioteca pubblica di Quarto Oggiaro, alla quale sarà destinato anche il 100% dei proventi dei biglietti. L’obiettivo è trasformare la biblioteca in uno spazio rinnovato dedicato alla cultura, all’educazione e alla socialità. Le quattro precedenti edizioni di Vogue World avevano già raccolto complessivamente oltre 7 milioni di dollari destinati a iniziative culturali e comunitarie nelle città ospitanti.

La distanza geografica fra la Galleria e Quarto Oggiaro diventa così parte dello stesso progetto: uno degli indirizzi con la più alta densità di lusso e valore immobiliare d’Europa contribuisce a finanziare una struttura culturale collocata fuori dal centro.

Dentro una Fashion Week che porterà a Milano quasi 141 mila visitatori e un indotto turistico stimato in oltre 219 milioni di euro, è un collegamento che assegna all’evento una conseguenza urbana misurabile e destinata a rimanere quando passerelle e transenne saranno state smontate.

Il capitale che rischiamo di considerare infinito

Il giorno successivo a Vogue World, mentre la Fashion Week entra pienamente nel calendario delle sfilate, resta soprattutto un’immagine: gli artigiani in camice bianco che attraversano lo stesso spazio nel quale poco dopo compariranno robot, top model e creazioni delle maison più importanti del mondo.

Racconta con una certa precisione la condizione attuale della moda italiana.

L’intelligenza artificiale modifica i tempi della creatività, la digitalizzazione interviene nella progettazione e nella produzione, i consumatori diventano più selettivi e la filiera deve affrontare nuove esigenze di trasparenza, sostenibilità e tracciabilità. La capacità di costruire una forma, riconoscere la qualità di una pelle, interpretare un tessuto, realizzare un ricamo o tradurre un disegno in un capo perfettamente eseguito continua tuttavia a dipendere da conoscenze che richiedono tempo, esercizio e trasmissione.

L’Italia conserva una posizione straordinaria perché una parte consistente di quel sapere esiste ancora sul suo territorio. Il problema dei prossimi anni sarà evitare di considerarlo inesauribile.

Vogue World ha trovato il proprio momento più interessante proprio quando la celebrazione del Made in Italy ha lasciato emergere questa tensione: quanto velocemente può innovare un sistema fondato su competenze che si imparano lentamente?

Nel 2027 il format si sposterà a San Francisco, costruendo quasi naturalmente un ponte fra Milano, città nella quale progettazione e manifattura continuano a vivere a stretto contatto, e una delle capitali mondiali della tecnologia. Milano le consegna una questione che riguarda ormai tutta l’industria del lusso. Le macchine potranno accelerare una quantità crescente di processi; il valore economico e culturale di una maison continuerà invece a dipendere anche da ciò che richiede tempo per essere imparato e ancora più tempo per diventare eccellenza.

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