La Lombardia è arrivata a Vinitaly 2026 con una qualità rara: la credibilità dei numeri. In un contesto nazionale non semplice, il vino lombardo si è presentato a Verona con un export record di 331,5 milioni di euro nel 2025, in crescita del 7,1% sull’anno precedente, e con una vendemmia chiusa a oltre 143 milioni di bottiglie potenziali, in aumento del 16,3%. Il dato più eloquente, però, è forse un altro: questa forza economica oggi coincide finalmente con una riconoscibilità narrativa più netta. La Lombardia non è più una geografia dispersa di eccellenze. È un sistema.

Una regione, molti accenti, un solo peso specifico
A Verona la regione si è presentata con 5 DOCG, 21 DOC e 15 IGT, mostrando un mosaico produttivo capace di tenere insieme bollicine di rango internazionale, bianchi di lago, rossi di montagna, rosati identitari, nuove pratiche di accessibilità e un’attenzione sempre più seria all’enoturismo. È questa pluralità, forse, il tratto più interessante della Lombardia del vino: non una cifra unica, ma un equilibrio tra territori che hanno imparato a farsi leggere ciascuno con la propria voce.
Franciacorta, il nome che continua a fare scuola
In questo quadro, Franciacorta resta l’emblema più immediatamente riconoscibile della Lombardia enologica. A Vinitaly 2026 il consorzio delle bollicine bresciane si è presentato con 22 cantine nell’area dedicata del Palaexpo e altre 14 sparse negli altri padiglioni, confermando una presenza imponente e una capacità di dialogo internazionale che da tempo colloca il territorio ben oltre la dimensione regionale. Non è un caso che tra gli ambasciatori dell’eccellenza lombarda premiati a Verona compaia Maurizio Zanella, fondatore di Ca’ del Bosco, nome che da solo racconta una parte essenziale del prestigio enologico lombardo.


Lugana, ricerca e identità territoriale
Se Franciacorta è il volto più affermato, Lugana è uno dei territori che oggi esprime con più intelligenza la combinazione tra rigore produttivo e ricerca. A Vinitaly è stato presentato il progetto Lugana V.I.T.A.E., dedicato alla caratterizzazione pedoclimatica del territorio e costruito insieme a università, partner scientifici e aziende. È un passaggio importante, perché restituisce al vino una profondità ulteriore: il legame con il suolo, il clima, la biodiversità, la lettura precisa del terroir. Dentro questo percorso compaiono cantine che meritano pienamente di essere citate: Ca’ Maiol, Cascina Maddalena, La Rifra, Le Morette, Perla del Garda, Tenuta Roveglia. Nomi che, in modi diversi, stanno contribuendo a consolidare il profilo alto della denominazione.
Oltrepò, Valtènesi, Valtellina: la Lombardia che allarga il racconto
C’è poi una Lombardia meno scontata, ma sempre più interessante. L’Oltrepò Pavese ha riportato al centro il tema del Classese e del Pinot Nero, lavorando sulla propria identità più autentica; la Valtènesi ha valorizzato il rosé della Riviera del Garda anche attraverso il richiamo al 130° anniversario del Metodo Molmenti; la Valtellina ha scelto di unire territorio e immaginario contemporaneo con la presenza di Arianna Fontana come brand ambassador. È un segnale prezioso: questi territori non stanno soltanto producendo bene, stanno imparando a raccontarsi meglio. A questo si aggiunge un’altra traccia importante: l’attenzione a progetti che allargano la platea e raffinano l’esperienza. Lo dimostra l’iniziativa “Senza 1 Senso” dell’AIS Lombardia, etichetta in braille con tag NFC pensata per rendere le bottiglie accessibili anche ai non vedenti. Quando una regione riesce a tenere insieme qualità, tecnologia, inclusione e ospitalità, significa che il suo vino ha smesso di essere soltanto prodotto per diventare cultura.
Il prestigio lombardo, oggi
La premiazione di Iginio Massari, Bruna Gritti e Maurizio Zanella sul palco di Vinitaly, alla presenza dei ministri Francesco Lollobrigida e Gianmarco Mazzi, ha dato forma pubblica a questa maturità: la Lombardia sa trasformare competenza, tradizione e saper fare in modelli riconosciuti ben oltre i confini regionali. Nel vino come nella cucina, nell’accoglienza come nel racconto del territorio. Ed è proprio qui che il suo ruolo si fa più interessante. Non perché abbia bisogno di rivendicare una superiorità, ma perché oggi può permettersi qualcosa di più convincente: esibire risultati. A Vinitaly 2026 la Lombardia non si è presentata come comparsa di lusso dentro una grande manifestazione nazionale. Si è presentata per ciò che è ormai diventata: una delle aree più solide, articolate e autorevoli del vino italiano contemporaneo. E questa, per chi osserva il settore con attenzione, non è una promessa. È già una realtà.
