Alla Galleria Gaburro, durante la Milano Fashion Week, Kulsum Shadab Wahab ha presentato con l’artista Raghava KK il nuovo capitolo di The Phoenix Circle. Dopo l’edizione che Milano Luxury Life aveva seguito al Portrait Milano e il progetto Wounds of Gold, Ara Lumiere sposta il racconto dalla ricostruzione alla possibilità di scegliere come essere viste. Gli interventi di Sabina Belli, presidente di Kering Italia, e Carlo Capasa, presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana, hanno allargato la riflessione al privilegio, alla responsabilità e al significato della creatività.
Una fotografia da passaporto nasce per eliminare ogni interpretazione possibile: volto frontale, espressione neutra, inquadratura codificata, nessuna concessione alla costruzione personale dell’immagine. Dovrebbe essere la rappresentazione più oggettiva di chi siamo e proprio per questo, sabato 26 settembre alla Galleria Gaburro, è diventata il punto di partenza di una riflessione molto più complessa sull’identità, sulla percezione e sul diritto di una persona di non lasciare che siano un documento, lo sguardo degli altri o la violenza subita a stabilire una volta per tutte chi è.
Durante la Milano Fashion Week, The Phoenix Circle è tornato a Milano con PASSPORT, il progetto sviluppato da Ara Lumiere insieme all’artista contemporaneo Raghava KK, riunendo alla Galleria Gaburro moda, arte e impegno sociale attorno alle donne sopravvissute agli attacchi con acido con le quali lavora la Hothur Foundation. Si tratta della seconda edizione della piattaforma culturale fondata da Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere ed executive director della Hothur Foundation, e segna un’evoluzione significativa rispetto al percorso che Milano Luxury Life aveva già seguito lo scorso anno al Portrait Milano e, nel febbraio 2026, attraverso Wounds of Gold.
Se nella prima edizione il centro del racconto era soprattutto la possibilità di ricostruire una vita attraverso dignità, lavoro e indipendenza economica, PASSPORT affronta una fase successiva e forse ancora più delicata: ciò che accade quando una donna ha ricostruito il proprio corpo e deve tornare a possedere la propria immagine, sottraendola alla definizione che la violenza e la società tendono inevitabilmente a costruire intorno a lei.

Quando l’immagine torna nelle mani della persona ritratta
Il progetto parte dalla fotografia destinata al passaporto e quindi da un’immagine che, almeno formalmente, dovrebbe possedere un carattere puramente identificativo. Raghava KK interviene sul ritratto attraverso strumenti fisici e digitali, sviluppandone differenti interpretazioni; quelle immagini vengono successivamente restituite alle donne, che scelgono su quali intervenire direttamente attraverso la pittura. Il risultato contiene così tre livelli di autorialità, perché all’immagine ufficiale si sovrappongono lo sguardo dell’artista e, infine, quello della persona ritratta, alla quale appartiene il gesto conclusivo.

Nel suo intervento alla Galleria Gaburro, Kulsum Shadab Wahab ha spiegato quanto il lungo percorso accanto alle donne della fondazione, attraversato da momenti di paura, silenzio e progressiva ricostruzione della fiducia, le abbia portato a riconsiderare il significato stesso della guarigione. «La guarigione non consiste nel ricostruirle e riportarle alla normalità; significa anche fare in modo che nulla le definisca. Conta ciò che decidono di diventare, non ciò che è accaduto loro», ha detto, riportando la questione dal corpo alla libertà di determinare ciò che viene dopo.



La scelta del passaporto nasce precisamente da questa esperienza. Un attacco con acido può modificare un volto fino a rendere evidente la distanza fra la fotografia riportata su un documento precedente e la persona che quello stesso documento dovrebbe continuare a identificare; la contraddizione diventa così il punto dal quale ripartire, trasformando ciò che certifica ufficialmente un’identità in uno spazio aperto alla sua riscrittura.
Kulsum ha raccontato anche il momento in cui Raghava KK ha incontrato le donne coinvolte nel progetto, sottolineando una scelta apparentemente semplice ma decisiva: «Quando Raghava le ha incontrate non ha chiesto loro di parlare del dolore, ha chiesto loro di creare». Dopo percorsi nei quali le sopravvissute sono state inevitabilmente osservate e raccontate attraverso ciò che avevano subito, essere chiamate a produrre un’opera significa modificare radicalmente la posizione dalla quale entrano nella narrazione, perché la persona rappresentata può diventare autrice e scegliere quale immagine di sé lasciare agli altri.
Nel primo workshop, realizzato con Akkiamma, l’atto di dipingere sulla fotografia era stato inizialmente percepito quasi come un danneggiamento del proprio ritratto; con l’avanzare del processo creativo, quello stesso gesto si è trasformato in una forma di riappropriazione. Al lavoro ha partecipato anche Maria, un’altra donna sopravvissuta con una particolare sensibilità per l’arte, contribuendo a un processo nel quale ciò che conta non è soltanto il risultato estetico, ma l’autorità riconsegnata a chi fino a quel momento era stata soprattutto oggetto dello sguardo altrui.



Kulsum Shadab Wahab: dalla sopravvivenza alla libertà di scegliere
La storia di Ara Lumiere nasce all’interno della Hothur Foundation e si sviluppa precisamente sul confine fra assistenza e autonomia. L’atelier lavora con donne sopravvissute ad attacchi con acido e ustioni coinvolgendole come designer e artigiane e costruendo intorno alla moda un percorso che comprende formazione, indipendenza economica e recupero della fiducia in sé; parallelamente, la fondazione continua a sostenere il versante medico e riabilitativo, che nei primi sei mesi del 2026 ha compreso 132 interventi di chirurgia ricostruttiva per persone sopravvissute ad attacchi con acido e ustioni.
Nel racconto di Kulsum, tuttavia, proprio il lavoro compiuto negli anni ha mostrato come la ricostruzione fisica rappresenti una parte indispensabile ma insufficiente del percorso, perché tornare a scegliere significa recuperare sicurezza, indipendenza e soprattutto la possibilità di non essere identificati per sempre attraverso la violenza. «Vogliamo restituire loro la propria identità», ha spiegato parlando di PASSPORT, ricordando come il progetto abbia prodotto nelle donne coinvolte una sensazione vicina a una nuova nascita, determinata dalla possibilità di decidere e di vedere quelle decisioni riconosciute su una piattaforma internazionale.
È anche per questo che, ringraziando Carlo Capasa e Camera Nazionale della Moda Italiana per lo spazio riservato al progetto durante la settimana milanese, Kulsum ha insistito sul ruolo culturale della moda: «La moda può aprire conversazioni che vanno oltre i vestiti; riguarda la cultura e riguarda ciò che possiamo fare attraverso l’empowerment». Una considerazione particolarmente pertinente durante una Fashion Week nella quale il sistema discute contemporaneamente di mercato, creatività, nuove tecnologie e tenuta della filiera, ma continua a esercitare un’influenza culturale che supera ampiamente ciò che arriva materialmente nei negozi.
Sabina Belli: riconoscere il privilegio e mettere la propria voce a disposizione degli altri
L’intervento di Sabina Belli, presidente di Kering Italia, ha portato la serata su un terreno differente, scegliendo di partire dalla propria posizione prima ancora che dalla condizione delle donne protagoniste del progetto. «Sono bianca, indipendente, istruita, benestante e vivo in un Paese libero: tutto questo fa di me una donna molto privilegiata», ha detto, affrontando il tema del privilegio senza trasformarlo in una formula astratta e collegandolo immediatamente alla responsabilità di chi possiede maggiore possibilità di essere ascoltato.
Il punto sviluppato da Belli riguarda il confine fra empatia e appropriazione dell’esperienza altrui. Di fronte a qualcuno che ha vissuto una condizione radicalmente diversa dalla propria, sostenere di sapere esattamente ciò che prova rischia di diventare una semplificazione, perché nessuna posizione privilegiata consente di comprendere completamente la vita di chi quel privilegio non lo possiede. Ciò che rimane possibile, e secondo Belli necessario, è scegliere consapevolmente di diventare alleati.
«Non comprendo fino in fondo la tua esperienza, ma sono qui per te. Ti vedo e puoi usare la mia voce per far sentire la tua», ha affermato, definendo in poche parole un rapporto nel quale la solidarietà non pretende di sostituirsi alla persona che intende sostenere, ma le offre strumenti, spazio e accesso a una voce più facilmente ascoltata.
Il riferimento alle donne di Ara Lumiere è arrivato all’interno della stessa riflessione. La violenza subita appartiene inevitabilmente alla loro storia e ha contribuito a determinare il percorso attraverso il quale sono diventate le persone che sono oggi, ma non può esaurirne l’identità. Belli ha quindi esteso l’invito a tutte le forme di violenza contro le donne, ricordando quella sessuale, economica, domestica e psicologica e richiamando ciascuno alla responsabilità di utilizzare la propria posizione per contribuire a interromperle.
Il legame con Kulsum Shadab Wahab precede la serata milanese e la stessa fondatrice lo ha ricordato nel proprio intervento, parlando delle conversazioni mantenute nel tempo e della precedente collaborazione con Pomellato, marchio che durante la presidenza di Sabina Belli aveva fatto dell’empowerment femminile uno dei temi ricorrenti del proprio impegno pubblico. Nel contesto di PASSPORT, quella relazione acquista una continuità particolare, perché al centro rimane ancora una volta il passaggio dalla rappresentazione della donna alla possibilità che sia la donna stessa a costruire il proprio racconto.

Carlo Capasa: creatività ed emozione in un tempo dominato dall’intelligenza artificiale
Con Carlo Capasa, presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana, la riflessione è tornata dentro il sistema della moda e al rapporto che questo può costruire con progetti capaci di utilizzare la propria esposizione internazionale per produrre conseguenze culturali più ampie. Capasa ha ricordato il primo incontro con il lavoro di Kulsum e soprattutto ciò che le donne coinvolte gli avevano detto allora: il passato apparteneva al passato, mentre ciò che desideravano guardare erano le opportunità del futuro.
Per il presidente di Camera Moda, proprio questa capacità di sottrarsi alla ripetizione continua del trauma e di indirizzare l’attenzione verso ciò che può ancora essere costruito rappresenta una lezione che riguarda molto più delle persone direttamente coinvolte. «Dovremmo riflettere su ciò che abbiamo ascoltato, sulla speranza, sul coraggio e sulla forza di queste donne», ha osservato, riconoscendo nel lavoro costruito da Kulsum uno strumento attraverso il quale quella forza può trovare occasioni concrete di espressione.

Il passaggio successivo ha collegato direttamente arte e moda. «A volte lo facciamo attraverso la moda; questa sera lo facciamo attraverso l’arte», ha detto Capasa, indicando nella creatività il terreno sul quale i due linguaggi possono incontrarsi, per poi introdurre un tema particolarmente attuale: «Parliamo molto di intelligenza artificiale in questi giorni, ma la creatività e le emozioni sono ciò che ci distingue».
La considerazione assume un significato ulteriore all’interno di PASSPORT, perché Raghava KK lavora da anni anche con linguaggi digitali e intelligenza artificiale e il progetto utilizza la trasformazione tecnologica dell’immagine senza consegnarle il risultato finale. L’elaborazione dell’artista moltiplica le possibilità del ritratto, ma l’ultimo gesto torna alla persona raffigurata, che sceglie l’immagine e interviene fisicamente su di essa; la tecnologia diventa così parte del processo, mentre la decisione rimane umana.
«Vedere queste donne felici di creare e di partecipare a un progetto creativo cambia il nostro modo di sentire e di pensare», ha aggiunto Capasa, restituendo alla parola creatività una dimensione meno astratta rispetto al dibattito sul futuro della moda: creare, in questo caso, significa anche recuperare la possibilità di agire sulla propria storia.


Dall’India a Milano, una piattaforma che cresce
La seconda edizione di The Phoenix Circle ha mantenuto un forte legame con l’India anche attraverso The Leela Palaces, Hotels and Resorts, che ha sostenuto Ara Lumiere accompagnando a Milano una parte della cultura dell’ospitalità e dell’artigianato indiano. Il gruppo, fondato nel 1986 e arrivato nel 2026 al proprio quarantesimo anniversario, condivide con la fondazione un rapporto che si estende anche ad alcune attività sviluppate in India e che, nella serata alla Galleria Gaburro, ha contribuito a costruire un ponte fra patrimonio culturale, hospitality e impegno sociale.
Kulsum ha inoltre ringraziato Silvia Negri Firman e il team di Negri Firman PR & Communications, che hanno accompagnato il ritorno milanese del progetto, insieme alla Galleria Gaburro, scelta come spazio per una serata nella quale le opere hanno mantenuto il centro della scena evitando che l’incontro assumesse la forma di uno dei molti appuntamenti mondani che inevitabilmente attraversano la Fashion Week.
Rispetto all’edizione che Milano Luxury Life aveva seguito al Portrait Milano, il cambiamento è evidente. Allora il simbolo della fenice e il racconto della rinascita offrivano la chiave per comprendere il lavoro della fondazione; con Wounds of Gold il corpo e la cicatrice erano entrati direttamente nel linguaggio della moda; PASSPORT porta ora questo percorso verso una fase ulteriore, nella quale la sopravvivenza smette di costituire il punto di arrivo e diventa la condizione dalla quale ricominciare a esercitare autonomia.
È probabilmente qui che i tre interventi ascoltati alla Galleria Gaburro finiscono per incontrarsi. Kulsum Shadab Wahab ha riportato l’attenzione sulla possibilità di scegliere ciò che si vuole diventare; Sabina Belli ha ricordato a chi possiede maggiore accesso, libertà e possibilità di farsi ascoltare che quel privilegio comporta anche la responsabilità di mettere la propria voce a disposizione degli altri; Carlo Capasa ha individuato nella creatività e nella capacità di guardare al futuro gli strumenti attraverso i quali una storia può smettere di essere determinata interamente dal proprio passato.
Una fotografia da passaporto continuerà ad avere il compito molto semplice di dire alle istituzioni chi abbiamo davanti. PASSPORT mostra però quanto un’identità reale sia più complessa di qualsiasi immagine destinata a certificarla e quanto possa diventare decisivo, soprattutto dopo che la violenza ha tentato di appropriarsene, restituire alla persona ritratta la possibilità di intervenire su quell’immagine, modificarla e riconoscervisi secondo le proprie regole.
Per le donne di Ara Lumiere, il punto più avanzato della ricostruzione coincide proprio con questa libertà: essere finalmente riconosciute per ciò che scelgono di diventare.
