Il gruppo svizzero chiude l’esercizio 2026 con vendite a 22,4 miliardi di euro. Le Jewellery Maisons raggiungono 16,5 miliardi e confermano l’alta gioielleria come segmento più solido, desiderabile e resiliente del mercato luxury.
Nel lusso globale, la gioielleria continua a parlare una lingua diversa. Mentre moda, accessori e orologeria attraversano una stagione più selettiva, l’alta gioielleria conferma la propria forza: meno esposta all’impulso, più legata al patrimonio, alla rarità, al valore simbolico e alla capacità di attraversare il tempo. I risultati 2026 di Richemont raccontano con chiarezza questa gerarchia.
Il gruppo svizzero proprietario di Cartier, Van Cleef & Arpels, Buccellati e Vhernier ha chiuso l’esercizio al 31 marzo 2026 con vendite pari a 22,4 miliardi di euro, in crescita dell’11% a cambi costanti e del 5% a cambi effettivi. Nel quarto trimestre, la dinamica è rimasta sostenuta, con vendite in aumento del 13% a cambi costanti.
Le Jewellery Maisons trainano il gruppo
Il vero centro del racconto è nelle Jewellery Maisons. Buccellati, Cartier, Van Cleef & Arpels e Vhernier hanno raggiunto vendite complessive per 16,5 miliardi di euro, in crescita dell’8% a cambi effettivi e del 14% a cambi costanti. Secondo Richemont, tutte le maison di gioielleria del gruppo hanno beneficiato di una domanda più alta in tutte le aree geografiche, con ulteriori guadagni di quota nel mercato della gioielleria e degli orologi. Il dato assume ancora più peso se letto dentro il contesto generale del lusso. La gioielleria non cresce soltanto: cresce con margini robusti. Le Jewellery Maisons hanno portato l’utile operativo a 5 miliardi di euro, con un margine operativo del 30,5%, nonostante l’aumento dei costi, in particolare dell’oro, e l’impatto sfavorevole dei cambi.
Richemont mostra la propria forza strutturale. Nel portafoglio del gruppo, Cartier è potenza globale, Van Cleef & Arpels è poesia patrimoniale dell’alta gioielleria, Buccellati custodisce l’arte italiana dell’oro inciso, Vhernier porta un linguaggio più scultoreo, contemporaneo, milanese. Quattro identità diverse, unite da una qualità comune: il gioiello non si consuma, si custodisce.
Perché la gioielleria resiste meglio della moda
Nel 2026 l’alta gioielleria si conferma uno dei segmenti più resilienti del lusso perché intercetta desideri profondi e meno ciclici. Il gioiello è dono, investimento emotivo, trasmissione familiare, simbolo sociale, oggetto di collezione. In un mercato in cui il consumatore aspirazionale è più prudente, i clienti high-end continuano a premiare le categorie capaci di unire bellezza, valore intrinseco e riconoscibilità.
Reuters sottolinea che Richemont ha beneficiato della forte domanda di gioielli, segmento a cui il gruppo è particolarmente esposto, superando nel trimestre la performance di concorrenti come Hermès, LVMH e Kering. La stessa analisi evidenzia come la gioielleria Richemont sia cresciuta molto più dell’orologeria, sostenuta in particolare da Stati Uniti e Asia.
La differenza è culturale prima ancora che finanziaria. Un abito racconta una stagione, una borsa può diventare status, un orologio custodisce meccanica e precisione. Ma un gioiello, quando entra davvero nella vita di chi lo sceglie, tende a diventare memoria patrimoniale. È questa profondità a renderlo così potente nei momenti di incertezza.
Cartier, Van Cleef & Arpels, Buccellati, Vhernier: quattro codici del desiderio
Cartier resta l’asse portante dell’universo Richemont. Il suo potere nasce da una combinazione rara: riconoscibilità immediata, storia reale, capacità di parlare al pubblico globale e forza trasversale tra alta gioielleria, gioielleria iconica e orologeria. Panthère, Love, Juste un Clou, Trinity e le creazioni di haute joaillerie compongono un alfabeto che attraversa generazioni e mercati.
Van Cleef & Arpels occupa un territorio più narrativo, quasi fiabesco. Alhambra, le collezioni floreali, le creazioni Mystery Set e l’alta gioielleria costruita attorno alla natura e al movimento restituiscono alla maison una qualità poetica difficilmente replicabile. È un lusso meno gridato, ma fortemente riconoscibile.
Buccellati rappresenta una delle espressioni più raffinate dell’arte orafa italiana. Le lavorazioni a rigato, telato, ornato, modellato e inciso appartengono a una cultura del gioiello che nasce dalla mano, dalla materia e da una tradizione milanese capace di dialogare con il gusto internazionale senza perdere identità.
Vhernier, entrata nel perimetro Richemont più recentemente, porta nel gruppo una sensibilità diversa: volumi puri, superfici levigate, colore, forme plastiche, equilibrio tra scultura e ornamento. È una maison che interpreta la gioielleria come architettura del corpo, con una modernità discreta e molto italiana.
Il retail diretto come leva strategica
Un altro dato decisivo riguarda la distribuzione. Richemont segnala che le vendite retail rappresentano il 71% delle vendite complessive del gruppo e sono cresciute del 12% a cambi costanti; le vendite direct-to-client hanno raggiunto il 77% del totale. Anche l’online retail ha chiuso in crescita, guidato ancora una volta dalle Jewellery Maisons.
Questo significa che il rapporto diretto con il cliente resta centrale. Boutique, clienteling, eventi privati, alta gioielleria su appuntamento, experience riservate e controllo della distribuzione diventano elementi essenziali. Nel lusso contemporaneo, la vendita non è più soltanto transazione: è relazione, accesso, educazione al valore, costruzione di fedeltà.
Richemont lo sa bene. La forza delle sue maison non dipende soltanto dai prodotti, ma dalla capacità di orchestrare desiderio e servizio, icone e novità, heritage e retail experience.
L’orologeria cerca stabilità
Il confronto con l’orologeria è significativo. Gli Specialist Watchmakers del gruppo hanno registrato vendite pari a 3,1 miliardi di euro, in calo del 4% a cambi effettivi, ma in crescita dell’1% a cambi costanti. Richemont segnala segnali di miglioramento nella seconda parte dell’anno, in particolare per A. Lange & Söhne, Jaeger-LeCoultre e Vacheron Constantin.
Il dato non indebolisce l’orologeria, ma ne mostra il momento più complesso. Dopo anni di forte domanda, il mercato degli orologi di alta gamma sta cercando nuovi equilibri tra disponibilità, prezzo, collezionismo, clientela asiatica e appetito internazionale. La gioielleria, al contrario, sembra oggi avere una profondità di domanda più ampia e più continua.
America, Asia, Europa: la geografia della crescita
Richemont evidenzia una crescita a cambi costanti in tutte le regioni, con una performance particolarmente forte nelle Americhe durante l’intero esercizio. Anche l’Europa e il Giappone hanno registrato crescite high single digit a cambi costanti, mentre l’Asia Pacific è tornata positiva, con miglioramenti in Cina, Hong Kong e Macao.
La lettura geografica è importante. Gli Stati Uniti restano un mercato essenziale per l’alto di gamma, sostenuto dalla forza dei patrimoni privati e dal peso dei clienti top spender. L’Asia torna progressivamente a esprimere domanda, con dinamiche differenziate tra Cina continentale, Hong Kong, Corea, Singapore, Australia e Giappone. L’Europa continua a beneficiare di local demand e turismo qualificato.
Il Medio Oriente e l’Africa, pur in crescita sull’intero anno, hanno subito nel quarto trimestre l’impatto del conflitto regionale, con un calo delle vendite del 3% a cambi costanti nel periodo.
Il lusso come bene culturale e patrimoniale
Il caso Richemont spiega una trasformazione più ampia. Nel lusso contemporaneo, i segmenti più solidi sono quelli che riescono a coniugare desiderabilità, rarità, artigianalità, valore percepito e durata. La gioielleria possiede tutte queste caratteristiche.
Un gioiello Cartier, Van Cleef & Arpels, Buccellati o Vhernier appartiene al rito. Può segnare un anniversario, una successione familiare, un passaggio personale, un riconoscimento sociale, una collezione. Ha una materia preziosa, una firma riconoscibile, un contenuto simbolico. È portabile, ma anche trasmissibile.
In un mercato dove il consumatore chiede sempre più ragioni per acquistare, l’alta gioielleria offre una risposta forte: unisce emozione e valore, bellezza e permanenza, creatività e patrimonio.
Richemont e la lezione del 2026
I risultati 2026 di Richemont raccontano dunque una lezione chiara per tutto il settore: il lusso più resistente è quello che mantiene alta la desiderabilità, controlla la distribuzione, investe nella qualità delle maison e protegge il proprio capitale culturale.
Il gruppo ha chiuso l’esercizio con utile operativo pari a 4,492 miliardi di euro, margine operativo del 20%, utile netto di 3,5 miliardi di euro e una posizione di cassa netta di 8,5 miliardi di euro. Numeri che confermano solidità, ma anche disciplina in un anno segnato da cambi, costi delle materie prime e tensioni geopolitiche.
La gioielleria resta il baricentro. Non perché sia immune dalle turbolenze, ma perché possiede una forza diversa: parla al tempo lungo, al gesto privato, all’identità personale, alla memoria familiare. Nel vocabolario del lusso, poche categorie sanno essere così intime e così universali. Richemont lo dimostra con una chiarezza rara: quando il mercato diventa più selettivo, vince chi riesce a dare al desiderio una forma destinata a durare.

