Nel lusso, il negozio è dichiarazione di rango, dispositivo narrativo, presidio culturale. E oggi, mentre il settore attraversa una fase meno espansiva rispetto agli anni dell’euforia post-pandemica, proprio il retail fisico torna a dire la verità più profonda sulle strategie dei grandi gruppi: chi conta davvero continua a conquistare metri, indirizzi, facciate, permanenza. Il nuovo report European Luxury Retail di Cushman & Wakefield, pubblicato il 24 marzo 2026, fotografa con precisione questo scarto tra percezione e realtà: nel 2025 le nuove aperture del lusso sulle 20 strade benchmark d’Europa sono salite a 96, in crescita del 13% rispetto al 2024, distribuite in 16 città e 12 Paesi. Il dato acquista ancora più peso se lo si colloca nel suo contesto. Negli ultimi trimestri il comparto ha dovuto misurarsi con una domanda più fragile, soprattutto in Cina, e con un ciclo meno generoso anche per i grandi conglomerati: Reuters, a gennaio 2026, parlava apertamente del rischio di una prosecuzione della fase debole del lusso dopo risultati LVMH inferiori alle attese. Eppure, proprio mentre il sentiment si raffredda, le maison non ritirano il proprio presidio dalla città: lo rafforzano.
Il mattone simbolico del nuovo lusso
È qui che il report di Cushman & Wakefield diventa particolarmente eloquente. LVMH, Kering e Richemont hanno rappresentato quasi un terzo delle aperture registrate nel 2025, ma il 70% dei nuovi store è stato firmato da altri 57 brand e gruppi: non un oligopolio chiuso, dunque, bensì un ecosistema ad alta competizione, in cui il negozio fisico continua a essere centrale per posizionamento, differenziazione ed esperienza. Non si apre per occupare spazio: si apre per definire status, linguaggio, profondità di marca. In questa geografia, il punto non è la quantità pura, ma la qualità del presidio. Cushman & Wakefield insiste su tre parole che raccontano bene la nuova stagione: flagship, immersione, lungo termine. Le boutique tornano a essere architetture dell’identità, ambienti capaci di trasformare il passaggio in relazione, l’acquisto in rito, la metratura in capitale simbolico. È la ragione per cui, anche in una fase più disciplinata dei consumi, il lusso continua a investire nel luogo fisico: perché nessun canale digitale, da solo, restituisce l’autorità di un indirizzo.
Milano, dove il lusso misura se stesso
Se c’è una città in cui questa dinamica appare con una chiarezza quasi didascalica, è Milano. Nel ranking 2025 di Main Streets Across the World, via Montenapoleone è seconda al mondo con canoni prime pari a 20.000 euro al metro quadro annuo, superata soltanto dalla londinese New Bond Street e davanti alla Upper Fifth Avenue di New York. Non è un arretramento simbolico: è la conferma che Milano resta stabilmente nell’élite assoluta del retail globale, con un valore locativo che continua a esprimere desiderabilità, scarsità e rilevanza internazionale. Ma il segnale più interessante, a Milano, non arriva solo dai canoni. Arriva dalla volontà di controllo. Nel 2024 Kering ha acquistato per 1,3 miliardi di euro un immobile settecentesco in via Montenapoleone, sede tra l’altro di Saint Laurent e della storica pasticceria Cova: un’operazione che ha mostrato con nettezza come, per i grandi gruppi, il retail di alta gamma non sia più soltanto locazione, bensì dominio strategico del suolo più ambito. In altre parole: nel lusso contemporaneo, possedere l’indirizzo vale quasi quanto abitarlo.
Parigi accelera, il beauty allarga il campo
Il 2025, intanto, ha premiato in modo particolare Parigi, che ha concentrato oltre un quinto delle nuove aperture europee, tornando a correre dopo un 2024 più trattenuto. Sul piano merceologico, la moda e gli accessori di alta gamma hanno rappresentato circa metà dell’attività, ma la traiettoria più interessante è forse quella delle fragranze e del beauty alto di gamma: secondo la stampa specializzata, a Parigi si sono viste sei aperture nell’alta profumeria, segnale di un segmento più accessibile nel prezzo ma sempre più cruciale per intercettare nuovi pubblici e ampliare la relazione con il cliente. È un passaggio che merita attenzione, perché racconta qualcosa di più profondo del semplice mix merceologico. Il lusso, oggi, non rinuncia alla sua verticalità, ma affina la soglia d’ingresso. Accanto alle grandi boutique di pelletteria, gioielleria e ready-to-wear, crescono formati capaci di offrire un primo accesso al mondo del brand senza impoverirne l’aura. Non una democratizzazione, dunque, ma un sofisticato allargamento della seduzione.
La scarsità come linguaggio del prestigio
C’è poi un elemento che, più di ogni altro, spiega la tensione competitiva di questa stagione: la mancanza di spazio. Cushman & Wakefield parla di vacancy prossima allo zero sulle principali strade del lusso europeo e di canoni prime nel 2025 superiori del 7% rispetto ai livelli del 2018. Quando gli spazi si assottigliano, le strategie si fanno più creative: piani superiori e inferiori riconvertiti, unità adiacenti inglobate, investimento su strade limitrofe capaci di beneficiare dell’effetto alone dei grandi assi storici. La scarsità, nel lusso, non è un incidente di percorso: è parte del racconto del prestigio. Ecco allora il punto decisivo. Quello che sta accadendo non è un semplice ritorno del negozio fisico, né un ingenuo riflesso nostalgico del passato. È, più precisamente, una selezione darwiniana degli indirizzi che contano. In un’epoca in cui il consumatore è più esigente, più informato, più intermittente, il lusso investe dove la città sa ancora offrire autorità, memoria, architettura, rito sociale. Ed è per questo che Milano continua a contare così tanto: perché tra via Montenapoleone, la Galleria e il Quadrilatero, il retail non si limita a vendere oggetti. Mette in scena il prestigio, lo rende tangibile, lo ancora al paesaggio urbano. E quando il mercato rallenta, è esattamente lì che si capisce chi ha davvero intenzione di restare.

