Moda, Italia e Francia rafforzano il fronte comune per la filiera europea

by Francesco Russo
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Milano e Parigi continuano a contendersi calendari, talenti e attenzione internazionale. Sul terreno industriale, Italia e Francia hanno scelto di muoversi insieme. Il Tavolo della Moda convocato il 15 luglio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha riunito il ministro Adolfo Urso, il ministro francese delegato all’Industria Sébastien Martin, le associazioni dei due Paesi e i rappresentanti della filiera, dando seguito agli accordi raggiunti durante il vertice bilaterale di giugno.

La moda entra così stabilmente nella cooperazione industriale tra Roma e Parigi, accanto ai comparti che i due governi considerano decisivi per l’autonomia produttiva europea. Il punto di partenza è una dipendenza reciproca già scritta nella struttura del settore: i grandi marchi francesi affidano una parte determinante della produzione alle aziende italiane, mentre gruppi, fornitori, scuole e professionalità attraversano confini che nella manifattura hanno da tempo perso rigidità.

Durante il Tavolo, Camera Nazionale della Moda Italiana e Fédération de la Haute Couture et de la Mode hanno presentato il Protocollo d’Intesa firmato il 25 giugno a Cannes da Carlo Capasa e Pascal Morand, alla presenza di Urso e Martin. L’accordo aggiorna una collaborazione avviata nel 2000 e proseguita nel 2005, portandola dentro le nuove questioni europee: qualità della produzione, sostenibilità, ecodesign, contraffazione, formazione e trasmissione del sapere manifatturiero.

Una politica industriale per la moda europea

Nel confronto al Mimit, Urso ha parlato di una nuova «stagione del rinascimento industriale dell’Europa», legando la cooperazione sulla moda a una strategia più ampia che comprende automotive, siderurgia, chimica, microelettronica, materie prime ed elettrodomestici.

Sébastien Martin ha richiamato la necessità di costruire un’Europa capace di produrre, acquistare e difendere i propri interessi industriali. La collaborazione tra Italia e Francia nel lusso e nella moda dovrebbe diventare, nelle intenzioni dei due ministri, un modello applicabile anche agli altri settori nei quali le catene del valore sono profondamente integrate.

Il passaggio è più sostanziale di una dichiarazione diplomatica. La moda europea deve confrontarsi con costi energetici e produttivi superiori rispetto a molte economie concorrenti, regole ambientali più severe, consumi meno prevedibili e una pressione crescente sui fornitori. Le maison mantengono un’enorme capacità simbolica e commerciale, ma la solidità del sistema dipende da imprese molto più piccole, spesso familiari, che anticipano materiali, personale e lavorazioni senza disporre della stessa forza finanziaria dei committenti.

Italia e Francia condividono questa fragilità. La perdita di un laboratorio specializzato, di una modelleria o di una manifattura tessile non impoverisce soltanto il territorio nel quale quell’impresa opera: riduce la capacità produttiva dell’intero lusso europeo.

Il Protocollo tra Milano e Parigi

Il Memorandum firmato a Cannes organizza il lavoro comune attorno a tre direttrici.

La prima riguarda le Fashion Week di Milano e Parigi, chiamate a mantenere un dialogo permanente e a sviluppare programmi di scambio per i designer emergenti. Le due capitali continueranno a difendere la propria identità e la propria capacità attrattiva, ma potranno coordinarsi sui temi che richiedono una posizione europea più forte.

La seconda direttrice comprende sostenibilità, tutela del savoir-faire, ecodesign, proprietà intellettuale e contrasto alla contraffazione. Camera Nazionale della Moda Italiana e Fédération de la Haute Couture et de la Mode avevano già pubblicato nel maggio 2026 un quadro ESG condiviso, nato per ridurre la proliferazione di questionari, audit e richieste documentali differenti lungo la supply chain.

La terza area riguarda formazione e professioni. Il Protocollo prevede iniziative per la mobilità professionale, la condivisione delle buone pratiche e l’attrazione dei giovani verso lavori che l’industria fatica sempre più a reperire: modellisti, prototipisti, ricamatori, pellettieri, tecnici di produzione e addetti alle lavorazioni specialistiche.

Capasa e Morand: una sola voce davanti all’Europa

Carlo Capasa ha indicato nel Tavolo un passaggio capace di dare continuità alla collaborazione tra le associazioni dei due Paesi. Creatività, manifattura e saper fare costituiscono, nel suo ragionamento, la base sulla quale costruire risposte comuni alle questioni della competitività, della sostenibilità e della proprietà intellettuale.

Pascal Morand ha insistito sulla necessità che Francia e Italia parlino con maggiore coesione davanti alle istituzioni europee. I due ecosistemi sono uniti da maison internazionali, competenze produttive e filiere che lavorano su entrambi i mercati; una posizione frammentata ridurrebbe la capacità di incidere sulle regole che Bruxelles sta definendo per il commercio digitale, l’ecodesign e la responsabilità delle imprese.

Il confronto ha coinvolto anche Confindustria Moda, Union Française des Industries de la Mode et de l’Habillement, Union des Industries Textiles e Groupement de la Fabrication Française. La presenza delle organizzazioni industriali porta il dossier oltre il perimetro delle sfilate e dei grandi marchi, fino alle aziende tessili, ai produttori e ai fornitori che compongono la parte più estesa della filiera.

L’ultra fast fashion e il nuovo dazio europeo

Il dossier più immediato riguarda l’ultra fast fashion e le importazioni a basso valore provenienti dai Paesi extraeuropei. Dal 1° luglio 2026 l’Unione Europea applica un dazio doganale temporaneo di tre euro sulle spedizioni fino a 150 euro acquistate a distanza.

La formulazione tecnica richiede una precisazione: il dazio viene calcolato per articolo inteso secondo la classificazione tariffaria, non semplicemente per ogni singolo pacco o per ciascun pezzo fisico. Una spedizione composta da cinque magliette della stessa categoria tariffaria comporta tre euro di dazio; una contenente una maglietta e un orologio ne comporta sei. La misura resterà in vigore fino al luglio 2028, quando entrerà nella fase operativa il nuovo sistema doganale europeo per l’e-commerce. Nel 2025 quasi 5,9 miliardi di articoli di basso valore sono entrati direttamente nell’Unione Europea senza dazi. Secondo i dati richiamati dal Mimit, oltre il 90 per cento proveniva dalla Cina. Le verifiche condotte nei Paesi europei su cosmetici, dispositivi di protezione, integratori, giocattoli ed elettronica hanno inoltre riscontrato irregolarità in oltre il 60 per cento dei prodotti controllati, tra etichette mancanti, ingredienti vietati e documentazione di sicurezza assente.

Per la moda europea, la questione supera il valore del nuovo dazio. Le piattaforme dell’ultra fast fashion lavorano su volumi, velocità e prezzi difficilmente compatibili con gli standard ambientali, sociali e salariali richiesti alle imprese europee. La concorrenza diventa squilibrata quando chi vende nel mercato dell’Unione non sostiene gli stessi costi né risponde agli stessi obblighi.

Il dazio corregge una parte della disparità. Restano aperti i dossier sulla responsabilità delle piattaforme, sulla tracciabilità dei prodotti, sulla sicurezza, sul rispetto della proprietà intellettuale e sulla capacità delle autorità doganali di controllare quantità ormai difficili da governare.

Sostenibilità, costi e responsabilità dei committenti

Il quadro ESG condiviso tra le associazioni italiana e francese prova a rendere più omogenee le richieste rivolte ai fornitori. Per molte piccole imprese, la moltiplicazione di certificazioni, questionari e audit differenti produce costi amministrativi considerevoli senza modificare necessariamente le condizioni effettive del lavoro.

Un linguaggio comune può ridurre duplicazioni e inefficienze. La sostenibilità della filiera, tuttavia, dipende anche dai rapporti economici tra committenti e produttori: prezzi riconosciuti, programmazione degli ordini, termini di pagamento, continuità delle commesse e distribuzione dei margini.

Un laboratorio può investire in macchinari, sicurezza e formazione soltanto quando dispone di una redditività sufficiente e di una prospettiva temporale credibile. Gli standard ambientali e sociali acquistano consistenza quando entrano nei contratti e nei rapporti commerciali, non quando restano confinati nei documenti di conformità.

Il Patto Italia-Francia dovrà quindi misurarsi anche con le condizioni che permettono alle imprese della filiera di rispettare le regole senza essere espulse dal mercato proprio dai costi necessari per applicarle.

Formazione e mestieri che rischiano di scomparire

La difficoltà nel reperire professionalità manifatturiere è diventata una delle questioni più urgenti del settore. Modellistica, taglio, prototipia, ricamo, pelle, tessitura e controllo della produzione richiedono anni di apprendimento e un contatto diretto con chi possiede già la tecnica.

Per molto tempo la comunicazione della moda ha concentrato il racconto sulle direzioni creative, sulle passerelle e sull’immagine. Il lavoro produttivo è rimasto in secondo piano, malgrado custodisca una parte decisiva della qualità che distingue il lusso europeo.

Il Protocollo prevede programmi di formazione, mobilità e collaborazione tra Italia e Francia. La loro efficacia dipenderà dalla capacità di avvicinare scuole, istituti tecnici, accademie e aziende, offrendo ai giovani prospettive professionali leggibili anche sul piano economico.

Il sapere artigianale non si conserva per dichiarazione. Ha bisogno di persone disposte a insegnarlo, imprese capaci di assumerle e condizioni che rendano quei mestieri compatibili con una vita stabile.

Il credito d’imposta design esaurito in poche ore

La seconda parte del Tavolo ha affrontato le misure nazionali destinate alla filiera italiana. Tra queste, il credito d’imposta per design e ideazione estetica, dedicato alle attività necessarie alla produzione dei campionari.

La dotazione disponibile, pari a 60 milioni di euro, è stata raggiunta in poche ore dall’apertura della piattaforma, con oltre 400 pratiche presentate. Il Mimit ha annunciato di essere al lavoro per rifinanziare lo strumento.

Il rapido esaurimento delle risorse mostra quanto sia ampia la domanda di sostegno da parte delle imprese. Il campionario concentra ricerca, materiali, prototipi e lavoro prima che un prodotto generi ricavi; per molte aziende rappresenta una delle fasi finanziariamente più esposte dell’intero ciclo.

Il rifinanziamento avrebbe quindi un effetto concreto, soprattutto per le realtà di dimensioni minori. Rimane però necessario costruire misure più continuative, evitando che il sostegno alla creatività industriale dipenda da finestre brevi e risorse assorbite nel giro di una giornata.

Dal Protocollo al lavoro operativo

Il Tavolo non ha prodotto un nuovo piano complessivo di incentivi né una disciplina comune immediatamente applicabile alle relazioni tra maison e fornitori. Ha però formalizzato un metodo di lavoro, portando la moda dentro il dialogo industriale tra i due governi e affidando alle associazioni il compito di sviluppare i dossier condivisi.

La prova arriverà nei prossimi mesi, quando Italia e Francia dovranno trasformare il coordinamento politico in posizioni comuni davanti alle istituzioni europee e in strumenti capaci di raggiungere le imprese.

I temi sono già definiti: concorrenza dell’ultra fast fashion, proprietà intellettuale, sostenibilità, formazione, tutela delle competenze, accesso al credito e rapporti più equilibrati lungo la catena del valore.

Milano e Parigi continueranno a competere sulle collezioni, sui talenti e sull’attenzione internazionale. Fabbriche, laboratori e scuole chiedono invece una politica industriale capace di attraversare i confini. È lì, lontano dalla passerella, che si deciderà la tenuta della moda europea.

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