Il vero termometro di Vinitaly, spesso, non è soltanto nei padiglioni. Si misura anche la sera, quando il vino cambia tono, abbandona la grammatica strettamente commerciale e torna ad abitare salotti, cortili storici, gallerie, palazzi, luoghi in cui il racconto diventa più libero, più sensoriale, più mondano nel senso alto del termine. L’edizione 2026 lo ha dimostrato con particolare evidenza: Verona ha assunto per alcuni giorni il ritmo di una capitale diffusa del gusto.
La città come estensione naturale del salone
A dare il tono è stato anzitutto Vinitaly and the City, tornato dal 10 al 12 aprile con settanta appuntamenti tra degustazioni, masterclass, talk, visite guidate, spettacolo e intrattenimento nel cuore monumentale di Verona. Il fulcro si è concentrato ancora una volta tra Piazza dei Signori, Cortile del Mercato Vecchio e Cortile del Tribunale, con la Grande Enoteca del Consorzio DOC Delle Venezie, la Loggia Antica trasformata in presidio della mixology internazionale e una mappa di partner che andava da Molinari a Campari, da Martini a Malfy, fino a 9diDante, Serena Wines e Spirito delle Dolomiti. A rendere ancora più riconoscibile il fuorisalone, anche il dj set di Ema Stokholma e lo spettacolo “Dentro c’è l’Italia”, firmato da Giuliano Peparini con 150 artisti sulla scalinata di Palazzo Barbieri.


Mack & Schühle Italia, il party che parlava di industria e futuro
Tra gli appuntamenti a cui abbiamo preso parte, la serata di Mack & Schühle Italia a Palazzo Giusti, domenica 12 aprile alle 19:30, è stata una delle più significative non solo sul piano relazionale, ma anche su quello editoriale. Attraverso “Casa Genevitis”, l’azienda ha raccontato con chiarezza il proprio percorso di crescita: un ecosistema in espansione, sostenuto da investimenti lungo la filiera, da un portafoglio geografico destinato ad allargarsi con Toscana, Veneto e Basilicata, e da una presenza sempre più forte nel segmento dei vini a bassa gradazione e dealcolati. Il racconto di Cristina Mercuri, Master of Wine e ambassador del gruppo, ha dato profondità a una serata in cui il tono conviviale coincideva perfettamente con un messaggio industriale preciso. Mack & Schühle Italia ha portato a Verona anche il lato più concreto di questa traiettoria, puntando a Vinitaly sulle novità di GRAPUR e GENEVITIS, sulle nuove referenze No/Lo e sul rafforzamento tecnologico dello stabilimento di Laterza, dove il sistema “Libero Wine” consente di ridurre l’alcol mantenendo intatte le caratteristiche organolettiche del vino. In un’edizione in cui il lessico del vino si è allargato a nuove categorie di consumo, la serata di Palazzo Giusti ha avuto il merito di rendere leggibile un cambio di passo che riguarda l’intero settore.


Castello del Terriccio, quando il vino incontra arte e design
Se Mack & Schühle ha incarnato il volto più strutturato del nuovo corso del vino, Castello del Terriccio ha dato forma al suo lato più colto e scenografico. Alla vigilia di Vinitaly, la storica tenuta toscana guidata da Vittorio Piozzo di Rosignano ha scelto Verona per un evento privato costruito tra Seletti Store e Peter Frey Art Gallery, nel centro storico cittadino. In degustazione, alcune delle etichette simbolo della casa – Con Vento, Lupicaia, Tassinaia, Castello del Terriccio, Gian Annibale – all’interno di un percorso capace di tenere insieme vino, arte contemporanea e design.

Non solo party: il vino come linguaggio trasversale
Questo è il punto che merita di essere sottolineato. A Vinitaly 2026 i brand migliori non si sono limitati a esporre prodotti: hanno costruito contesti. Hanno cercato un lessico più ampio, capace di dialogare con mixology, design, arte, musica, servizio, città. È ciò che si percepiva anche nell’impianto di Vinitaly and the City, dove il vino usciva dal perimetro tecnico per tornare esperienza urbana, rito sociale, materia culturale. E Verona, ancora una volta, si è rivelata il luogo perfetto per questa metamorfosi: una città che non fa da sfondo, ma entra nel racconto. Alla fine, i party migliori di Vinitaly 2026 sono stati quelli capaci di raccontare con grazia, precisione e carattere dove sta andando il vino. E in questo senso, Verona ha saputo offrire qualcosa di più raro di un’agenda fitta: una forma.
