Cinquantatré anni dopo essersi presentato al Palazzo dell’Arte vestito da generale napoleonico, l’architetto assume un ruolo centrale nel nuovo corso dell’istituzione milanese guidata da Vincenzo Trione. Artigianato, industria, sostenibilità e capacità di reagire al presente definiscono un programma che riporta il progetto dentro la società
Nel 1973 Michele De Lucchi arrivò alla Triennale vestito da generale napoleonico. Studiava architettura a Firenze, frequentava il clima inquieto dell’architettura radicale e aveva scelto quell’uniforme per mettere in scena un’accusa precisa: progettisti e architetti esercitavano sulle persone un potere molto più esteso di quanto fossero disposti ad ammettere, perché disegnare una casa, una sedia, un ufficio o una città significava intervenire anche sui comportamenti di chi li avrebbe abitati.
Cinquantatré anni dopo, De Lucchi torna nello stesso Palazzo dell’Arte dalla parte dell’istituzione. Nel nuovo Comitato scientifico della Triennale Milano, nominato a fine giugno, è curatore interdisciplinare con delega al design; accanto a lui Manuela Lucà-Dazio segue l’architettura e Andrea Viliani l’arte contemporanea, sotto la presidenza di Vincenzo Trione. Nelle comunicazioni che hanno accompagnato il nuovo corso gli è stato inoltre affidato un ruolo centrale sul Museo del Design Italiano.
La distanza tra il giovane travestito da generale e l’architetto che oggi entra nella governance culturale della Triennale è lunga abbastanza da contenere Memphis, Olivetti, edifici, mobili, lampade, musei, uffici, una parte consistente della storia del design italiano degli ultimi cinquant’anni. Eppure il punto dal quale De Lucchi riparte è sorprendentemente vicino a quello del 1973: il progetto conta quando modifica il modo in cui viviamo.
In una lunga conversazione pubblicata il 7 agosto da Wallpaper, De Lucchi torna infatti sull’idea che architettura e design non producano soltanto oggetti, ma contribuiscano a formare abitudini, aspettative e comportamenti sociali. La Triennale, nella sua lettura, conserva una specificità proprio perché non appartiene integralmente all’arte, all’architettura, alla moda o al design industriale: mette queste discipline nella stessa stanza e le costringe a misurarsi con il presente.
La Triennale dopo la stagione delle grandi mostre
Il cambio di presidenza ha introdotto un’impostazione precisa. Vincenzo Trione, succeduto a Stefano Boeri, ha annunciato un programma quadriennale costruito intorno a grandi interrogativi annuali, accompagnati da mostre, public program, ricerca e formazione. È prevista anche la riattivazione del Centro Studi della Triennale e lo sviluppo di percorsi accademici avanzati legati a curatela, architettura, design e moda.
De Lucchi aggiunge a questa struttura un elemento meno prevedibile: l’improvvisazione.
Le istituzioni culturali programmano con anni di anticipo, ma il mondo nel quale operano cambia ormai con una velocità incompatibile con calendari troppo rigidi. Verità, connessione, sostenibilità, riciclabilità, intelligenza artificiale, produzione e consumo possono mutare significato nell’arco di pochi mesi; attendere la successiva grande esposizione per affrontarli significherebbe arrivare quando il dibattito è già altrove.
De Lucchi propone dunque di affiancare alla programmazione consolidata interventi capaci di reagire rapidamente alle questioni che emergono. Una Triennale meno dipendente dalla sola logica dell’evento e più disponibile a funzionare come luogo di discussione continua. È un passaggio che riguarda direttamente Milano. Durante la Design Week la città riesce ogni anno a concentrare in pochi giorni aziende, progettisti, architetti, gallerie, scuole e pubblico internazionale; Milano Luxury Life lo ha raccontato anche nell’analisi dedicata alla Milano Design Week 2026, quando moda e design hanno occupato contemporaneamente palazzi, showroom e spazi industriali.
La questione posta dalla nuova Triennale è cosa accada nei restanti undici mesi.
Artigianato e industria appartengono alla stessa storia
Tra i temi sui quali De Lucchi insiste maggiormente c’è l’artigianato italiano, ma il suo discorso evita la retorica della bottega contrapposta alla fabbrica.
«L’artigianato è fondamentale, ma non come alternativa all’industria», osserva. È probabilmente uno dei passaggi più interessanti del programma, perché tocca il punto nel quale il design italiano continua a distinguersi. Le grandi aziende del mobile dipendono ancora da una rete di falegnami, metalmeccanici, tappezzieri, produttori tessili e piccoli laboratori capaci di lavorare serie limitate, prototipi e soluzioni che la produzione standardizzata non riuscirebbe a sviluppare con la stessa libertà. De Lucchi considera proprio questa struttura artigianale uno dei motori della capacità italiana di sperimentare.
Milano conosce bene questa relazione. Il Salone del Mobile presenta il prodotto finito, ma alle sue spalle lavorano Brianza, Veneto, Piemonte e distretti manifatturieri nei quali il confine tra industria e mestiere rimane molto meno netto di quanto suggerisca il linguaggio contemporaneo dei brand.
Il nuovo corso della Triennale può diventare interessante se riuscirà a portare dentro il museo anche questa parte meno fotografata del progetto: utensili, prove, errori, materiali, aziende familiari, manifatture e persone che permettono al disegno di diventare oggetto.
Milano Luxury Life aveva affrontato lo stesso tema raccontando il Compasso d’Oro ADI 2026, quando il premio nato nel 1954 da un’idea di Gio Ponti aveva riportato l’attenzione sul rapporto fra progetto, industria e responsabilità culturale.
De Lucchi sposta ora la domanda ancora più indietro, verso la struttura produttiva che rende possibile quella qualità.
La sostenibilità prima del prodotto
Anche sul terreno ambientale il ragionamento evita la soluzione più comoda.
Progettare una casa efficiente o un oggetto riciclabile serve poco, sostiene De Lucchi, se contemporaneamente il modello sociale continua ad associare benessere e successo alla crescita incessante del consumo. Il lavoro più difficile deve quindi avvenire sull’immaginario collettivo: sulle immagini di futuro che architetti, designer, aziende e media contribuiscono ogni giorno a rendere desiderabili.
La differenza è sostanziale. Trasferisce la sostenibilità dall’ingegneria alla cultura.
Un materiale riciclato può essere misurato; una riduzione del consumo energetico può essere certificata. Molto più complesso è modificare l’aspettativa secondo cui ogni generazione debba possedere più oggetti, abitare superfici maggiori, sostituire più rapidamente ciò che utilizza. De Lucchi assegna a un’istituzione come Triennale proprio questa funzione: rendere pensabile, e soprattutto desiderabile, un’altra idea di qualità della vita.
Il passaggio è particolarmente pertinente per il sistema del lusso. Moda, design, automotive e hospitality stanno investendo enormemente su materiali, tracciabilità e riduzione dell’impatto, ma il confronto più difficile riguarda la quantità, la durata e il rapporto tra desiderio e sostituzione. È una discussione che non può essere risolta con una nuova etichetta applicata al prodotto.
Anche il Museo del Design cambia spazio
Alle parole si accompagna una trasformazione fisica del Palazzo dell’Arte.
Il 3 luglio Triennale ha avviato la procedura per i lavori di riqualificazione e ampliamento del Museo del Design e dell’Impluvium al piano terra, con progettazione edile e impiantistica dedicata.
Il Museo del Design Italiano occupa una posizione particolare nell’istituzione perché deve raccontare una disciplina nella quale l’oggetto non può essere separato dal sistema che lo ha prodotto. Una macchina da scrivere, una lampada, una sedia o un apparecchio domestico non sono soltanto forme da conservare: parlano di aziende, brevetti, famiglie imprenditoriali, tecnologie, pubblicità, lavoro e cambiamenti sociali.
De Lucchi conosce già profondamente l’edificio. Negli anni è intervenuto sul Palazzo dell’Arte di Giovanni Muzio e ha progettato il ponte che attraversa il grande scalone per rendere più riconoscibile l’accesso al Museo del Design; una struttura pensata deliberatamente come reversibile, appoggiata senza modificare permanentemente l’architettura originaria.
Ora il rapporto cambia: non si tratta più soltanto di intervenire sull’edificio, ma di contribuire a decidere che cosa debba raccontare.
Milano senza nostalgia
La tentazione, quando si parla di design italiano, è sempre quella di guardare indietro. Sottsass, Castiglioni, Magistretti, Zanuso, Ponti, Munari, Mari: pochi Paesi dispongono di un archivio altrettanto potente e proprio per questo il rischio di trasformarlo in un rifugio è maggiore.
Il ragionamento di De Lucchi prende una direzione diversa. La storia serve se continua a generare domande sul presente.
La stessa Triennale lo dimostra. Nata nel 1923, trasferita nel Palazzo dell’Arte progettato da Giovanni Muzio nel 1933, ha attraversato artigianato, arti decorative, industrializzazione, radical design, architettura, moda, fotografia, teatro e trasformazioni urbane senza diventare un museo dedicato a una singola disciplina. Nel nuovo assetto, questa natura interdisciplinare viene dichiaratamente rafforzata.
Milano ha bisogno di un’istituzione capace di compiere questo lavoro proprio perché il successo internazionale della Design Week può produrre un equivoco: confondere la densità degli eventi con la capacità di produrre cultura del progetto.
Ad aprile la città offre una quantità quasi inesauribile di installazioni, debutti e collaborazioni. L’articolo di Milano Luxury Life dedicato a Milano Moda Design 2026 mostrava quanto ormai moda e design condividano gli stessi indirizzi e gli stessi pubblici.
La Triennale deve lavorare dove quell’intensità non basta: selezionare, conservare, mettere in conflitto idee differenti e offrire tempo alla ricerca.
Il generale è tornato nel palazzo
Nel 1973 De Lucchi utilizzò l’uniforme napoleonica per esasperare il potere del progettista. Oggi non ha più bisogno del costume.
Gli oggetti hanno conquistato una presenza ancora più profonda nella nostra vita; le interfacce decidono gesti quotidiani, gli algoritmi organizzano informazioni e desideri, gli edifici determinano consumi, le immagini generate digitalmente anticipano spazi che ancora non esistono. L’intuizione radicale secondo cui progettare significa anche orientare comportamenti appare, se possibile, meno provocatoria di allora.
È qui che il nuovo corso della Triennale può trovare il proprio terreno più fertile. Non nel celebrare continuamente la grandezza del design italiano, che non ha bisogno di ulteriori cerimonie, ma nel sottoporlo alle domande più scomode: cosa vale ancora la pena produrre, quale industria vogliamo conservare, come trasferire i mestieri alle generazioni successive, quale rapporto costruire tra tecnologia e persone e quale idea di benessere siamo disposti a rendere desiderabile.
Cinquantatré anni dopo quella performance, Michele De Lucchi torna nello stesso edificio con un’autorità molto diversa. La provocazione, però, è rimasta quasi intatta: il design diventa interessante quando smette di occuparsi soltanto delle cose e comincia a occuparsi del modo in cui scegliamo di vivere.
