L’artista umbro MaMo costruisce un lessico che non riconosce gerarchie tra materiali nobili e materiali marginali. Resine, smalti, oli, cere, acrilici convivono con elementi di scarto, oggetti trovati, frammenti domestici, dettagli sottratti alla quotidianità e rigenerati in una nuova ontologia visiva. Non c’è compiacimento nell’uso della materia, né ricerca della moda o del feticcio tecnico. La sua pratica non è decorativa, ma necessaria. Ogni elemento entra nell’opera solo se funzionale a un’urgenza espressiva.
MaMo non utilizza materiali: li interroga.

La materia come linguaggio
Emblematico è il caso degli occhi di “ET”: non vetri soffiati, non inserti industriali, non artifici da laboratorio. Gli occhi nascono da due trottole appartenute al figlio dell’artista. Spezzate, aperte, rivelano due superfici convesse perfette. MaMo le riconosce come possibilità visiva prima ancora che come oggetti. Le dipinge, le trasforma, le innesta nell’opera. L’oggetto ludico diventa sguardo. Il gioco si converte in icona.
È in questo slittamento che si manifesta la sua cifra: non l’uso convenzionale della materia, ma la sua deviazione.
Nel suo universo non esiste distinzione tra alto e basso, tra prezioso e ordinario. Una resina stratificata può dialogare con un frammento di plastica; un materiale di scarto può assumere la stessa dignità di un pigmento ricercato. Tutto è potenziale, nulla è escluso a priori.


Questa postura lo colloca in una linea di sperimentazione che supera la semplice tecnica per entrare in una dimensione quasi alchemica: la materia non è mezzo, è soggetto attivo. È corpo che reagisce, vibra, muta sotto la sua regia.
MaMo non cerca la rarità del materiale. Cerca l’inevitabilità del gesto.
Le opere più emblematiche
Ed è proprio questa libertà radicale – completamente avulsa da logiche accademiche o di mercato – che sta conquistando, giorno dopo giorno, un pubblico trasversale e sempre più internazionale. Non per strategia, ma per forza gravitazionale.
Tra le ultime opere del poliedrico Donnari, che hanno catturato l’interesse di galleristi e collezionisti di tutto il mondo, si evidenziano con particolare predominanza:

“Journalist AI”
Una figura antropomorfa tra scheda elettronica, spine, connettori da PC, tastiera, gambe a microfono, testa con binocolo e, sul piano inferiore, le penne abbandonate che sanciscono simbolicamente la fine del giornalismo tradizionale e l’avvento di algoritmi e intelligenza artificiale. L’identità giornalistica si dissolve tra uomo, macchina e linguaggio e incarna questa storica professione del presente e del futuro, collocandola su una pagina del The New York Times – International Edition, emblema dell’informazione globale e del potere mediatico contemporaneo.
“Amazon Queen”
Trasformazione del cartone da imballaggio in icona contemporanea, elevando il simbolo della logistica globale a supporto artistico concettuale. Il volo regale, volutamente frammentato dalla tracking list, riflette la tracciabilità dell’identità nell’era digitale, sancendo il dialogo tra monarchia, brand e globalizzazione. Il tutto con pittura, spray, resine e inserti tridimensionali come perle, cordino e guanto bianco, costruendo un dialogo visivo potente tra Pop Art e Neo-Dada.
“Mail Boro”
Cassetta postale che diventa un pacchetto di sigarette Mail Boro, sovvertendo un’icona pop per colpire una nuova dipendenza: la burocrazia. Non è il fumo a togliere il respiro, ma l’attesa, la pressione, l’obbligo di aprire. Opera glamour senza dubbio, lucida, pericolosamente familiare. Perché oggi è la raccomandata, più del vizio, a far davvero male.
Dall’impresa all’arte
Nato in una famiglia dedita all’impresa su scala internazionale, MaMo cresce con i medesimi valori e responsabilità; fin quando però, all’apice della sua carriera come CEO, la chiamata giunge sibillina quanto inaspettata, e che forse da sempre viveva in lui, per poi sorniona prendere il sopravvento. Ed è così che l’imprenditore cede il passo all’art player.
È l’esuberante comunicazione di un creatore di opere dai tratti disneyani e fiabeschi che conquista dapprima Londra, poi Milano e New York, Venice e Wimbledon, stimatissimo oltreconfine, grazie alle sue epiche rappresentazioni sia della British Royal Family, da Re Carlo alla Queen Elisabeth, soffermandosi su una goliardica Kate Middleton, sia con tutti i volti più significativi degli ultimi cento anni, pop e non, dall’Avvocato Agnelli a Steve Jobs, da Enzo Ferrari a Louis Armstrong e Ornella Vanoni, passando per gli attuali Musk, Trump, Sinner e Spielberg: ET l’extraterrestre in primis.
Un vero e proprio trionfo di tonalità e potenza visiva, di contrasti esaltanti e impatto emozionale, che oltrepassa spazio e tempo, non soffermandosi alle sole tele, ma prendendo forma anche in sculture e basamenti “fortificati”.

Il consenso del mondo culturale
E sulla sua peculiare moltitudine di sfumature ne è convinto l’esimio Prof. Paolo Taticchi (Strategy and Sustainability, School Deputy Director at UCL School of Management): “Iconico, sagace, brillante dandy, cosmopolita, glamour, in alcuni casi dissacrante iconoclasta”, sospeso tra la leggerezza di un bambino che fa volare la fantasia e la solida certezza di un puro imprenditore.
Un 2026 destinato a passare agli annali per il nato manager poi divenuto artista riconosciuto e apprezzato, con lavori che hanno letteralmente conquistato vista e cuore di scrittori, esperti, appassionati, cultori e di una gremita platea dello star system.
Carolina Cucinelli, figlia del “filosofo” della moda Brunello, ribadendo la “libertà creativa” dell’artista umbro, afferma: “che non rimane vincolata a canoni stilistici prestabiliti, ma che anzi non ha paura di cercare la propria strada senza limiti né impostazioni, plasmando la materia al ritmo dell’ispirazione”. I suoi ritratti di figure iconiche del Ventesimo secolo o di soggetti di fantasia hanno suscitato un’ondata di immediato entusiasmo nel pubblico, fino a entrare nell’immaginario collettivo ed essere utilizzati per copertine, calendari, campagne pubblicitarie, allestimenti teatrali.
Michela Proietti, autrice de La Milanese e firma qualificata del Corriere della Sera, ne è certa: “MaMo ha fatto di se stesso una sineddoche: parlare della parte – ovvero di lui – vuol dire parlare di un tutto, fatto di creatività, comunicazione, connessioni”.
Chiosa Enrico Vanzina: “È un professionista/artista. Ma davvero artista. Maneggia la comunicazione dei segni con incredibile talento e facilità. Ci riesce perché è un uomo generoso che ama gli altri. La sua cifra è difficile da definire, un po’ Pop, un po’ concettuale, un po’ impianto visivo. È qualcosa di molto personale che sfugge alle classificazioni canoniche. Ed è questo che mi piace molto del suo lavoro. Non segue ambizioni scellerate, MaMo tira fuori delle sue emozioni per condividerle con chi guarda. E chi guarda si emoziona a sua volta. Una dialettica sana di quello che dovrebbe essere l’arte”.

