Da Parigi a Milano, Elias Medini ha trasformato le sfilate in un rito collettivo. Con La Watch Party, il potere della moda si sposta dal posto assegnato alla capacità di creare partecipazione, linguaggio e appartenenza.
La moda ha sempre custodito il proprio potere attraverso una porta. Chi entrava, apparteneva al sistema. Chi restava fuori, osservava da lontano. Il front row era il confine più visibile di questa geografia: editor, buyer, celebrities, clienti altospendenti, ambassador, stylist, fotografi, volti riconosciuti. Tutto il resto esisteva ai margini, davanti a uno schermo, in attesa delle immagini ufficiali, dei video postati dagli invitati, dei commenti di chi aveva avuto accesso.
Poi è arrivato Lyas.
Il suo nome anagrafico è Elias Medini, creator e fashion commentator francese, cresciuto a Rouen e arrivato a Parigi nel 2018 per studiare cinema. La sua formazione audiovisiva ha lasciato un segno preciso nel modo in cui racconta la moda: ritmo, montaggio, ironia, senso della scena, capacità di tradurre una collezione in racconto. Lyas ha costruito una community vicina al milione di follower complessivi sui social, ha firmato con CAA e ha sviluppato partnership con brand come Marc Jacobs e Meta.
Il fenomeno che lo ha reso centrale nel discorso moda degli ultimi mesi si chiama La Watch Party. Un format semplice nella forma, radicale nelle conseguenze: proiettare le sfilate su grande schermo e trasformare il pubblico escluso dagli inviti ufficiali in una comunità presente, rumorosa, competente, partecipe. Una sorta di front row parallela, dove l’accesso nasce dalla passione, dal desiderio di esserci, dalla capacità di condividere in tempo reale l’emozione del défilé.
La sfilata come partita, il pubblico come coro
La Watch Party nasce da una frustrazione diventata intuizione. Nel giugno 2025, Lyas prova a entrare al debutto di Jonathan Anderson da Dior. Il posto in sala resta irraggiungibile. La risposta arriva in un bar parigino: una proiezione del livestream, un invito lanciato sui social, una comunità che si materializza davanti allo schermo. Secondo The Guardian, quella prima serata in un caffè del decimo arrondissement di Parigi, pensata inizialmente per poche decine di persone, finì per attirarne circa trecento, invadendo anche la strada. Da lì, il formato cresce rapidamente. Business of Fashion racconta il passaggio da un primo watch party Dior a un tour tra Londra, Milano e Parigi, con un festival di otto giorni a La Caserne, hub parigino per talenti emergenti, capace di accogliere fino a mille ospiti. CR Fashion Book descrive La Watch Party come un evento gratuito, inclusivo e community-focused, con show come Loewe, Balenciaga, Valentino e Chanel trasmessi durante Paris Fashion Week.
La forza del progetto sta in una trasposizione culturale: la sfilata viene vissuta come una finale sportiva, una première cinematografica, una liturgia pop. Il pubblico applaude un look, discute una silhouette, reagisce a un casting, commenta un cambio di direzione creativa. L’abito non scorre più in silenzio davanti a una platea composta; entra in un’arena emotiva, dove chi guarda partecipa.
Questo è il punto più importante. Lyas non ha inventato il livestream. Ha dato un corpo fisico al livestream. Ha tolto la solitudine dello schermo e l’ha trasformata in presenza collettiva.


Il front row cambia significato
Per decenni, la moda ha associato il valore alla prossimità: essere seduti vicino alla passerella significava essere vicini al potere. La Watch Party rompe questa equazione con una mossa sottile. Il posto fisico resta importante, ma la centralità culturale si sposta altrove: verso chi sa generare conversazione, attenzione, desiderio, comunità.
The Guardian ha raccontato una delle serate più emblematiche al Théâtre du Châtelet, dove Lyas, senza invito al fashion show fisico di Tom Ford, si preparava a trasmetterlo su grande schermo davanti a circa duemila persone; nella stessa stagione, il format aveva seguito anche Saint Laurent e Chanel. Istituto Marangoni ha letto il fenomeno come un’apertura del front row oltre la guest list, segnalando come durante le sfilate donna Autunno/Inverno 2026 a Parigi La Watch Party abbia occupato per una settimana il Théâtre du Châtelet, trasmettendo show come Saint Laurent, Acne Studios, Balenciaga e Chanel.
La parola chiave, qui, è partecipazione. Nella sala ufficiale si osserva. Alla Watch Party si reagisce. Nella sala ufficiale si mantiene il controllo dell’immagine. Alla Watch Party l’immagine viene discussa, amata, contestata, amplificata. Il pubblico diventa critica istantanea, termometro emotivo, cassa di risonanza.
Elle ha raccontato il dispositivo scenico del format parigino: un enorme laptop funzionante, realizzato su misura, schermi, QR code per valutare gli show, riferimenti al rossetto rosso diventato firma estetica di Lyas e un’atmosfera capace di trasformare la visione della sfilata in esperienza sociale. La stessa testata segnala che Lyas ha chiesto autorizzazione ai brand prima di inserirli nel calendario ufficiale del format e che alcuni marchi, tra cui Isabel Marant e Dilara Findikoglu, hanno offerto biglietti da sorteggiare agli ospiti.
È il segno di una trasformazione irreversibile: le maison cominciano a comprendere che la community non è più soltanto audience. È capitale culturale.
Il paradosso dell’influencer che entra nel sistema
Ogni rivoluzione del linguaggio incontra presto una domanda: cosa accade quando l’outsider diventa insider? Lyas nasce come commentatore esterno, con un tono ironico, diretto, capace di mettere in discussione rituali, casting, scelte creative e gerarchie. Proprio questa posizione gli dà credibilità. Ma il successo lo avvicina rapidamente al centro del sistema: inviti, partnership, sponsorship, relazioni con brand, apparizioni in front row.
The Guardian sottolinea questa tensione: La Watch Party ha iniziato a ricevere sostegno da brand come Casio, L’Oréal e MAC, mentre Lyas si è ritrovato a partecipare anche a show ufficiali, cercando talvolta di portare con sé persone della sua community o di cedere il proprio posto. Elle descrive lo stesso equilibrio come un doppio ruolo complesso: host di eventi aperti e, al tempo stesso, figura ormai invitata e riconosciuta dall’industria.
È qui che il caso Lyas diventa davvero interessante per la sezione Influencer di Milano Luxury Life. L’influencer contemporaneo non è più soltanto amplificatore di prodotto. Non è più soltanto volto da campagna, ospite da photocall, creator da reel sponsorizzato. Quando possiede linguaggio, community e credibilità, può diventare infrastruttura culturale.
Lyas costruisce uno spazio. Raduna persone. Produce un calendario parallelo. Genera contenuti, conversazioni, immagini, relazioni. Rende leggibile la moda a chi la desidera, ma spesso la percepisce distante. In questo senso, il suo lavoro appartiene a una nuova fase della creator economy: meno posa, più regia; meno presenza individuale, più costruzione di pubblico.
New York, Chanel e la moda come esperienza sociale
Il fenomeno ha superato Parigi. Vanity Fair ha raccontato l’arrivo di La Watch Party a New York per il Métiers d’Art di Chanel, con circa ottocento persone riunite al Racket di Chelsea per guardare in diretta la sfilata. La serata ha avuto anche un finale simbolico: cinque modelle Chanel, tra cui Anok Yai e Alex Consani, hanno raggiunto il pubblico dopo lo show, trasformando la distanza tra passerella ufficiale e community in un incontro fisico.
Questo episodio dice molto della nuova grammatica del lusso. L’esclusività resta centrale, ma acquista valore quando produce risonanza. Il brand continua a proteggere il proprio rito, ma scopre che una parte della sua energia nasce anche fuori dalla sala ufficiale. I fashion lovers, gli studenti, i giovani professionisti, gli appassionati senza invito formale non rappresentano un pubblico minore: sono spesso i più intensi, i più competenti, i più capaci di trasformare una collezione in conversazione.
Marie Claire ha interpretato le watch party come una svolta psicologica: dalla fruizione isolata alla partecipazione comunitaria, dalla quiete gerarchica del front row a un’esperienza rumorosa, condivisa, capace di generare appartenenza. La psicologa della moda Carolyn Mair, citata dalla testata, descrive questi eventi come rituali sociali in grado di amplificare emozione e fedeltà verso i brand.
Le maison del lusso cercano da anni “engagement”. La Watch Party mostra una strada più profonda: l’engagement autentico nasce quando il pubblico sente di far parte del racconto.
Perché Milano deve guardare a Lyas
Il caso Lyas riguarda Parigi, ma parla direttamente a Milano. Milano Fashion Week resta una delle piattaforme decisive della moda globale. Ha brand, sedi iconiche, showroom, scuole, fotografi, stylist, buyer, talent, uffici stampa, contenuti digitali, fondazioni, musei e una città che vive la moda come economia e cultura. Al tempo stesso, il sistema resta fondato sull’invito: CNMI ricorda ufficialmente che gli eventi della Milano Fashion Week sono accessibili solo su invito e mette in guardia da eventuali vendite non autorizzate di biglietti o servizi collegati alla manifestazione. Questa natura selettiva è parte dell’identità della fashion week. La moda vive di desiderio, distanza, ritualità. Ma la distanza, oggi, deve essere governata con intelligenza. Le nuove generazioni chiedono accesso simbolico, linguaggio, contesto, possibilità di partecipare alla conversazione. Milano possiede già strumenti digitali, livestream, contenuti in tempo reale, social stream e canali ufficiali legati alle sfilate.
Il salto successivo riguarda la costruzione di un’esperienza fisica e culturale attorno a quei contenuti.
Immaginare una Watch Party milanese non significa aprire le sfilate senza criterio. Significa costruire un livello nuovo: una fashion week parallela, curata, responsabile, elegante, capace di coinvolgere studenti, giovani creativi, appassionati, community internazionali, creator competenti e brand disposti a sperimentare un rapporto più maturo con il pubblico.
Milano ha già il luogo naturale per farlo: cinema, musei, fondazioni, hotel, spazi post-industriali, scuole di moda, club, rooftop, atelier. La città potrebbe trasformare il livestream in evento culturale, il commento in educazione estetica, la passione digitale in presenza qualificata.
La nuova autorevolezza degli influencer
L’influencer che conta nel 2026 non è più chi appare ovunque. È chi crea senso. La differenza è decisiva.
Lyas non diventa rilevante perché assiste alle sfilate. Diventa rilevante perché crea un luogo in cui altri possono sentirsi parte della moda. La sua forza non nasce dalla pura esposizione, ma dalla relazione. Questo lo distingue da molta influencer economy ancora costruita su outfit, accessi, gifted product e presidio fotografico degli eventi.
L’influencer autorevole ha tre qualità: competenza, linguaggio, comunità. Sa leggere la moda, sa raccontarla, sa radunare persone attorno a quel racconto. Quando queste tre dimensioni si incontrano, il creator smette di essere un terminale pubblicitario e diventa mediatore culturale.
Per i brand del lusso questa è una lezione importante. Collaborare con un creator significa accedere a una comunità che si fida di un tono, di una storia, di una postura critica. La credibilità si consuma rapidamente quando diventa pura promozione. Si rafforza quando mantiene indipendenza, ironia, conoscenza e responsabilità verso il pubblico.
Dal front row alla community
Il front row continuerà a esistere. Continuerà ad avere potere, a produrre immagini, a dare ordine alla gerarchia del sistema. Ma non sarà più l’unico luogo in cui si decide il significato di una sfilata.
Il senso di una collezione nasce ormai in più spazi: nella sala, sullo schermo, nei commenti, nei meme, nelle recensioni, nei video reaction, nelle watch party, nei gruppi WhatsApp, nei Discord, nelle scuole di moda, negli uffici stampa, nei magazine, nei feed dei creator. La moda ha sempre vissuto di interpretazione; oggi quella interpretazione è diventata pubblica, immediata, corale.
Lyas ha capito prima di altri che il vero desiderio non riguarda soltanto l’abito. Riguarda il diritto simbolico di partecipare alla conversazione sull’abito. La sua La Watch Party funziona perché intercetta una fame precisa: essere dentro il racconto, anche quando la porta principale resta riservata.
La lezione per il lusso
Il lusso contemporaneo deve imparare a proteggere la propria esclusività senza trasformarla in isolamento. È un equilibrio sottile, forse il più difficile. Aprire troppo può indebolire il rito. Chiudere troppo può spegnere il desiderio di chi lo alimenta dal basso.
La Watch Party offre una terza via: l’accesso culturale. Non tutti entreranno in sala, ma molti possono entrare nel racconto. Non tutti siederanno accanto a editor e ambassador, ma molti possono vivere la sfilata come esperienza reale, condivisa, memorabile. Non tutti compreranno il prodotto, ma tanti possono contribuire alla sua aura.
Per Milano, questa è una sfida affascinante. La città che ha saputo trasformare il Salone del Mobile in un’esperienza urbana diffusa e la Design Week in un dispositivo culturale internazionale può portare la stessa intelligenza nella moda. Una Milano Fashion Week più partecipata, senza perdere selezione. Più leggibile, senza perdere mistero. Più contemporanea, senza rinunciare al proprio rigore.
Lyas, olytre ad aver portato le sfilate fuori dalla sala, ha mostrato che il pubblico della moda è più vasto, più appassionato e più preparato di quanto spesso il sistema voglia ammettere. Ha trasformato l’esclusione in formato, l’attesa in evento, il livestream in comunità. La moda ama dichiarare chi è dentro e chi è fuori. Il futuro, forse, apparterrà a chi saprà costruire stanze abbastanza intelligenti da contenere entrambi.

