Il lusso oltre i rincari: nel 2026 le maison riscrivono la piramide del desiderio

by Francesco Russo

Il lusso ha toccato il limite più pericoloso: quello in cui il prezzo, da strumento di selezione, rischia di diventare una barriera alla desiderabilità. Dopo anni di aumenti sostenuti, il 2026 segna una correzione profonda. Le maison non stanno semplicemente rivedendo i listini; stanno ridisegnando la propria architettura del valore, allargando l’accesso in basso e rafforzando l’esclusività in alto. In mezzo, il territorio più fragile: quel cliente aspirazionale che ha alimentato la crescita del lusso globale e che oggi chiede una ragione più solida per tornare ad acquistare.

Il prezzo non basta più

La stagione della price elevation ha sostenuto margini e ricavi, ma ha anche prodotto una frattura evidente. Secondo McKinsey, negli anni più recenti oltre l’80% della crescita del lusso è arrivato dagli aumenti di prezzo più che dai volumi. È stata una leva efficace, ma non infinita: quando il valore percepito non cresce con la stessa intensità del listino, il rapporto tra cliente e maison si incrina. Il mercato lo sta dicendo con chiarezza. Bain & Company e Altagamma stimano che i beni personali di lusso abbiano chiuso il 2025 a circa 358 miliardi di euro, in lieve flessione rispetto ai 364 miliardi del 2024. Non è un crollo, ma un assestamento severo dopo anni di euforia: il lusso resta forte, ma non può più permettersi automatismi.

Il punto non è abbassare i prezzi. Sarebbe una lettura grossolana, quasi pericolosa. Il vero tema è ricostruire una scala leggibile: prodotti d’ingresso capaci di riaccendere il desiderio, categorie ad alta marginalità come beauty ed eyewear, servizi esperienziali, alta gioielleria e percorsi riservati per i clienti più importanti. La piramide del lusso non si restringe: cambia forma.

Il ritorno necessario del cliente aspirazionale

Il cliente aspirazionale non è scomparso. È diventato più severo. Secondo l’EY Luxury Client Index 2025, il 62% dei clienti aspirazionali ha rinunciato a un acquisto nell’ultimo anno indicando il prezzo come principale ostacolo; allo stesso tempo, il 71% resta guidato dal desiderio di possedere prodotti di alta qualità. Il messaggio è netto: non è finito l’amore per il lusso, è finita la disponibilità ad accettare qualsiasi rincaro senza una promessa tangibile di qualità, creatività e durata. È qui che le maison stanno intervenendo. Pambianco ha messo a fuoco un passaggio cruciale: nel 2026 molti brand stanno ampliando la propria offerta d’ingresso non solo attraverso piccola pelletteria e accessori, ma anche con beauty, profumi, eyewear, hospitality, wellness e food. Burberry valorizza le scarf bar; Dior affianca alle borse più costose una gamma più ampia di accessori sotto soglie più accessibili; Gucci, secondo l’analisi citata, ha aumentato il peso dei prodotti sotto i mille euro nella selezione “New in” rispetto al 2023.

Questa non è democratizzazione. È ingegneria del desiderio. Il lusso contemporaneo deve permettere a un nuovo cliente di entrare nel mondo della marca senza svilire il centro simbolico della maison. Una fragranza, un paio di occhiali, un foulard, un lipstick o un’esperienza gastronomica non sono più semplici categorie laterali: diventano il primo contatto emotivo con il brand.

Beauty, eyewear e food: le nuove porte d’ingresso

Il beauty è oggi il laboratorio più interessante. Louis Vuitton ha inaugurato La Beauté Louis Vuitton con Dame Pat McGrath, una collezione composta da 55 rossetti, 10 balm e 8 palette occhi: un ingresso nel colore costruito con codici da maison, refillability, design e storytelling di alta gamma. Anche Jacquemus ha scelto la bellezza come naturale estensione del proprio linguaggio, siglando con L’Oréal Groupe una partnership esclusiva di lungo periodo, accompagnata da un investimento minoritario nel brand. È un passaggio rivelatore: il beauty non serve soltanto a vendere prodotti più accessibili, ma a prolungare il rapporto quotidiano tra marchio e consumatore. La stessa direzione emerge dall’accordo tra Kering e L’Oréal, finalizzato nel 2026, che include l’acquisizione di Kering Beauté, la maison Creed e licenze cinquantennali per fragranze e beauty di Bottega Veneta e Balenciaga. Il lusso ha compreso che la bellezza è insieme margine, frequenza d’acquisto, identità sensoriale e porta d’accesso. L’eyewear segue una logica analoga. Non è più un accessorio minore, ma una categoria strategica: Dolce&Gabbana ha rafforzato la partnership con EssilorLuxottica fino al 2050, mentre Burberry ha rinnovato l’accordo fino al 2035. La lunga durata di queste intese racconta meglio di molte dichiarazioni quanto l’occhialeria sia diventata centrale nella costruzione commerciale del lusso.

Food, caffè, resort, spa, wellness e hospitality completano il quadro. Il lusso non vende più soltanto oggetti, ma frequenza, memoria, appartenenza. Una maison può incontrare il cliente in boutique, in una suite, in un ristorante temporaneo, in una spa, in un profumo indossato ogni mattina. La nuova accessibilità non passa dallo sconto, ma dalla moltiplicazione intelligente dei punti di contatto.

In alto, la partita dei VIC

Mentre si ricostruisce la base, il vertice diventa ancora più decisivo. Secondo KPMG, i Very Important Clients rappresentano meno del 2% della clientela ma generano quasi il 40% dei ricavi. È una concentrazione impressionante, che spiega perché i brand investano sempre di più in private salon, appuntamenti riservati, viaggi su misura, pre-order esclusivi, alta gioielleria e creazioni personalizzate.

Il cliente VIC non compra solo prodotto. Compra accesso, tempo, privilegio, ascolto. Cerca continuità di servizio, coerenza estetica, qualità senza compromessi. In questo segmento, la boutique diventa salotto, il venditore diventa consulente personale, la collezione diventa relazione. L’alta gioielleria, in particolare, assume un ruolo sempre più strategico: è bene durevole, patrimonio simbolico, linguaggio privato tra maison e top spender.

Il risultato è una polarizzazione sempre più netta. Da una parte, prodotti e servizi capaci di riportare dentro il perimetro del lusso chi era stato respinto dai rincari. Dall’altra, esperienze quasi inaccessibili, costruite per trattenere chi continua a sostenere una quota enorme dei ricavi. Il centro, quello della borsa semplicemente più cara, della sneaker sovrapprezzata, del capo senza vera forza narrativa, è il segmento più esposto.

Milano dentro la nuova geografia del valore

Per Milano, questa trasformazione è tutt’altro che astratta. La città è uno dei laboratori naturali del nuovo lusso: capitale della moda, piattaforma del design, mercato immobiliare di pregio, polo di hospitality, luogo di eventi, showroom, private appointment e brand experience. Qui il cliente globale incontra il prodotto, ma anche il ristorante, il palazzo, la spa, il club, la galleria, il flagship store.

La Milano del lusso 2026 non sarà giudicata soltanto dalla quantità di aperture, ma dalla qualità degli accessi. Chi saprà offrire esperienze credibili, prodotti coerenti, prezzi leggibili e relazioni curate vincerà la partita. Chi continuerà a confondere l’aumento del listino con l’aumento del valore rischierà invece di perdere proprio ciò che il lusso non può comprare: la fiducia.

La nuova misura del desiderio

Il 2026 non annuncia un lusso più economico. Annuncia un lusso più esigente con sé stesso. Le maison dovranno tornare a dimostrare perché un prodotto costa, perché dura, perché merita attesa, perché appartiene a un mondo culturale e non soltanto commerciale.

La vera sfida sarà tenere insieme due estremi apparentemente opposti: accesso e rarità. Dare al cliente aspirazionale un primo gesto possibile senza impoverire il brand. Offrire al VIC un’esperienza irripetibile senza trasformare il lusso in pura distanza. Rendere il prezzo non un atto di forza, ma la conseguenza naturale di qualità, savoir-faire, creatività e relazione.

Per anni il lusso ha alzato l’asticella. Ora deve tornare a spiegare perché valga la pena raggiungerla.

Leggi l’articolo in inglese: https://www.milanoluxurylife.it/category/luxury-lifestyle-culture/

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