Il Bello della Moda: l’Italia che lavora dietro la passerella

by Francesco Russo
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Prima che una collezione entri in passerella, migliaia di persone hanno già lavorato. Hanno disegnato, cucito, ricamato, prodotto accessori, regolato luci, composto musiche, preparato volti e capelli, organizzato trasporti, sicurezza e allestimenti. La moda italiana appare al pubblico nel tempo breve di una sfilata, ma il suo peso reale abita nelle fabbriche, nei laboratori, nelle scuole e nei territori.

È questa l’Italia che Camera Nazionale della Moda Italiana ha deciso di misurare attraverso “Il Bello della Moda”, il primo osservatorio dedicato al valore industriale, occupazionale, formativo, culturale e sociale del settore, presentato a Milano il 1° luglio durante l’Assemblea Ordinaria dei Soci alla quale ha partecipato Milano Luxury Life.

Nella stessa giornata Carlo Capasa è stato rieletto all’unanimità presidente e consigliere delegato di Camera Nazionale della Moda Italiana. L’Assemblea ha inoltre nominato il nuovo Consiglio Direttivo per il biennio 2026-2028, nel quale siedono esponenti dei principali gruppi italiani, tra cui Francesca Bellettini, Lorenzo Bertelli, Alfonso Dolce, Leonardo Ferragamo, Luigi Maramotti, Giuseppe Marsocci, Renzo Rosso, Remo Ruffini ed Ermenegildo Zegna. Mario Boselli conserva il ruolo di presidente onorario.

Un settore da un milione di addetti

I primi dati dell’Osservatorio restituiscono una dimensione che il racconto pubblico della moda raramente riesce a comprendere per intero. Il comparto genera circa il 5 per cento della produzione industriale italiana, attraversa una filiera distribuita in 47 province e sostiene oltre 500 mila occupati diretti. Considerando l’intera catena del valore, dagli stabilimenti produttivi ai servizi collegati, il numero arriva a circa un milione di addetti.

Alla forza industriale si aggiunge una capacità di attrazione internazionale che coinvolge formazione e turismo. Nelle principali scuole italiane di moda la quota degli studenti provenienti dall’estero raggiunge in alcuni casi il 70 per cento; quasi sette visitatori internazionali su dieci indicano inoltre la moda tra le ragioni che contribuiscono alla scelta dell’Italia come destinazione.

“Il Bello della Moda” è stato realizzato con McKinsey & Company come Knowledge Partner, insieme a IntelliSurvey e Angelo Rughetti. Il progetto coinvolgerà progressivamente università, istituzioni e centri di ricerca, tra cui Open Impact, attraverso pubblicazioni periodiche destinate ad analizzare le diverse componenti del settore.

L’obiettivo è sottrarre la moda alla lettura riduttiva che la identifica soltanto con il prodotto finale, il calendario delle sfilate o i risultati commerciali dei marchi. Dentro il comparto convivono manifattura, formazione, creatività, tecnologia, turismo e una rete di imprese spesso lontane dai riflettori, ma decisive per la tenuta del sistema.

Renzo Rosso: tecnologia, giovani e responsabilità dei territori

Tra gli interventi della giornata, Renzo Rosso ha portato il discorso sul terreno della competitività futura. Il presidente e fondatore di OTB Group ha indicato nella formazione, nelle nuove generazioni e nella tecnologia le direttrici sulle quali l’industria italiana dovrà concentrare investimenti e competenze.

L’intelligenza artificiale, nel suo ragionamento, non sostituisce il lavoro creativo, ma può liberare le persone dalle attività più ripetitive, rendere più efficienti le aziende e lasciare maggiore spazio all’osservazione, alla comprensione dei consumatori e alla costruzione delle relazioni. La tecnologia può inoltre offrire ai marchi strumenti più precisi per conoscere preferenze e aspettative dei clienti, purché venga integrata con una cultura aziendale riconoscibile e con una solida capacità narrativa.

Rosso ha richiamato anche il rapporto tra imprese e comunità produttive. Il Made in Italy non nasce in un luogo astratto, ma in distretti, città e province dove competenze familiari, specializzazioni tecniche e tradizioni manifatturiere si sono sviluppate nel corso dei decenni.

La crescita di un’azienda, ha sottolineato, acquista consistenza quando restituisce valore ai territori nei quali opera: attraverso l’occupazione, la formazione, il sostegno alle filiere e la possibilità di offrire ai giovani un futuro professionale dentro l’industria creativa.

L’economia invisibile di una sfilata

Alfonso Dolce, presidente e CEO del Gruppo Dolce&Gabbana, ha riportato il confronto dentro la materia quotidiana della moda. Dietro una passerella, ha osservato, non esistono soltanto l’abito e la modella: ci sono tecnici delle luci e del suono, truccatori, parrucchieri, agenzie, trasporti, addetti alla sicurezza, allestitori e decine di altre professionalità.

Quei dieci o quindici minuti visibili al pubblico sono il punto di arrivo di una macchina complessa, nella quale ogni mestiere contribuisce al risultato finale. Anche i dati dell’Osservatorio, per quanto già considerevoli, potrebbero non riuscire a intercettare interamente questo indotto diffuso.

La forza della moda risiede anche nel senso di appartenenza di chi partecipa alla costruzione del prodotto e della sua rappresentazione. Per Dolce, è necessario avvicinare le persone prima ancora dei mestieri, perché la competenza nasce dal lavoro quotidiano, dalla prossimità e dalla trasmissione diretta del sapere.

Come accade nello sport, il talento da solo non basta. Servono esercizio, tempo, disciplina e la possibilità di lavorare accanto a chi possiede una tecnica consolidata. È qui che si decide una parte del futuro della manifattura italiana: nella capacità di non interrompere il passaggio di conoscenze tra le generazioni.

Dalle piazze italiane a un linguaggio internazionale

Per spiegare la crescita di Dolce&Gabbana, Alfonso Dolce è tornato all’origine del marchio, fondato da Domenico Dolce e Stefano Gabbana negli anni Ottanta. Il progetto non nasceva soltanto intorno a una collezione o a un prodotto, ma da un immaginario abitato da strade, piazze, famiglie, botteghe e figure della vita quotidiana italiana.

Le prime campagne mettevano insieme donne anziane, bambini, bar, trattorie, barbieri e calzolai. L’abito entrava in una storia più ampia, nella quale la cultura sartoriale incontrava i paesi, le consuetudini familiari e il lavoro artigiano.

Quell’origine ha permesso al marchio di svilupparsi in categorie differenti senza perdere la continuità con la propria matrice. Negli anni il gruppo ha creato al proprio interno unità specializzate nella comunicazione, negli eventi, nella produzione e nei servizi, costruendo una struttura nella quale competenze diverse lavorano attorno allo stesso linguaggio.

La crescita non viene descritta come una semplice moltiplicazione delle linee di prodotto. Ogni categoria deve possedere la stessa dignità dell’abbigliamento, anche quando il suo contributo è meno evidente: un bottone gioiello, un profumo, una lampada, una tavola apparecchiata o un elemento scenografico partecipano alla stessa costruzione.

Il ritorno del beauty in Italia

Uno dei passaggi più impegnativi ha riguardato il beauty. Dolce&Gabbana ha scelto di riportare progressivamente sotto il controllo diretto del gruppo un settore storicamente gestito attraverso licenze internazionali.

Alfonso Dolce ha ricordato che in passato i prodotti beauty del marchio venivano realizzati negli Stati Uniti, in Francia e, per alcune categorie, in Giappone. La produzione è stata quindi ricondotta interamente in Italia, con una presenza consistente in Lombardia e nelle aree produttive circostanti.

Oggi decine di milioni di prodotti Dolce&Gabbana raggiungono i mercati internazionali portando l’indicazione Made in Italy. Dietro questo risultato operano aziende specializzate nella lavorazione del vetro, dei metalli, della carta, del packaging e delle formulazioni cosmetiche.

Il beauty diventa così un’estensione industriale della moda, capace di generare lavoro per imprese che appartengono a filiere diverse ma condividono la stessa competenza manifatturiera. La relazione tra abbigliamento e cosmetica non si esaurisce nell’immagine del marchio: coinvolge stabilimenti, laboratori e fornitori che tornano a produrre in Italia.

La casa, il luogo più riservato

Nel 2021 Dolce&Gabbana ha avviato anche il progetto Casa, rispondendo a una richiesta che arrivava da tempo dai clienti più fedeli, interessati agli arredi, ai piatti, ai complementi e agli oggetti presenti negli showroom.

La casa, nelle parole di Alfonso Dolce, è lo spazio più intimo della vita. A differenza di una boutique o di un luogo pubblico, non è liberamente accessibile: vi entra soltanto chi viene accolto. Portare un marchio dentro gli ambienti domestici significa quindi confrontarsi con abitudini private, memorie familiari e gesti quotidiani.

Le maioliche siciliane, il carretto, i motivi animalier, i mobili e la mise en place diventano strumenti attraverso i quali la cultura italiana entra nel living, nella sala da pranzo e negli spazi dell’ospitalità.

Il progetto non si è fermato agli arredi. Nella casa si mangia, si beve e si prendono decisioni. Alfonso Dolce ha definito la tavola come il luogo dei veri consigli di amministrazione: quelli familiari.

Da qui il rapporto con il food and beverage, costruito intorno a prodotti profondamente legati alle consuetudini italiane: il panettone, la colomba, il vino, la pasta e il pomodoro. Sono sapori che il visitatore straniero associa al viaggio in Italia e che, una volta esportati, portano con sé una parte della cultura del Paese.

Misurare ciò che rischia di scomparire

“Il Bello della Moda” nasce in una fase nella quale il settore è chiamato a confrontarsi con consumi più selettivi, trasformazioni tecnologiche, tensioni internazionali e una crescente difficoltà nel reperire alcune professionalità manifatturiere.

Misurare il valore della moda significa allora comprendere quali competenze devono essere protette, dove indirizzare la formazione e quali territori continuano a custodire lavorazioni che non possono essere trasferite senza perdere qualità e identità.

Le parole di Renzo Rosso e Alfonso Dolce hanno portato il dibattito su due piani complementari. Da una parte, la tecnologia, i giovani e la necessità di costruire aziende capaci di interpretare i nuovi comportamenti dei consumatori; dall’altra, i laboratori, i mestieri e la continuità di una cultura produttiva che si forma nel tempo.

La moda italiana continuerà a essere giudicata per ciò che mostra. La sua tenuta, però, dipenderà da ciò che saprà conservare, insegnare e produrre quando le luci della passerella saranno spente.

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