La Fondazione Francesca Rava celebra venticinque anni di attività con una serata che riunisce alta cucina, grande ospitalità, imprese e istituzioni. Sul palco si alternano Rajae Bezzaz, Mariavittoria Rava, Ezio Indiani, il professor Giangiacomo Nicolini, Enrico Bartolini e Pino Cuttaia. Al centro, però, restano sempre loro: i bambini che la Fondazione sostiene ogni giorno in Italia, ad Haiti e nel mondo.
Milano possiede una qualità che raramente compare nelle statistiche e che, forse più di ogni altra, contribuisce a definirne l’identità. È la capacità di mettere attorno allo stesso tavolo mondi che normalmente percorrono strade parallele. L’impresa incontra il volontariato, la grande ospitalità dialoga con la medicina, l’alta cucina sostiene la solidarietà, mentre professionisti, imprenditori, istituzioni e cittadini decidono di condividere non soltanto una serata, ma una responsabilità comune.

È questo il clima che si respirava nelle sale dell’Hotel Principe di Savoia, dove la Fondazione Francesca Rava – NPH Italia ETS ha celebrato i suoi primi venticinque anni di attività in Italia con una cena benefica che Milano Luxury Life ha seguito come media partner. L’appuntamento è stato il racconto di una comunità costruita nel tempo, capace di trasformare relazioni, competenze e generosità in un sostegno concreto per migliaia di bambini e famiglie che vivono situazioni di fragilità. L’eleganza del Principe di Savoia, la cucina firmata da Enrico Bartolini e Pino Cuttaia, la presenza di rappresentanti delle istituzioni, del mondo economico e della società civile hanno creato la cornice della serata.
Ma il centro non era il menu, né il prestigio degli ospiti. Il centro erano i progetti della Fondazione, l’ospedale pediatrico Saint Damien di Haiti, le missioni umanitarie, le famiglie sostenute in Italia e tutte quelle persone che, da venticinque anni, continuano a credere che la solidarietà possa essere organizzata con la stessa competenza con cui si dirige un’impresa o si gestisce un grande albergo.

Ad accompagnare il pubblico lungo tutta la serata è stata Rajae Bezzaz, giornalista, volto televisivo e madrina della Fondazione Francesca Rava. Fin dalle prime parole ha dato il tono all’incontro, alternando leggerezza e profondità, introducendo gli interventi con la naturalezza di chi conosce da vicino il lavoro della Fondazione e le persone che ne fanno parte. Rajae ha accompagnato ogni momento della serata insieme a Mariavittoria Rava ed Ezio Indiani e introducendo, più tardi, la testimonianza del professor Giangiacomo Nicolini.
Venticinque anni costruiti giorno dopo giorno
Quando Mariavittoria Rava ha preso la parola, il racconto si è allontanato immediatamente dai numeri e dalle celebrazioni. I venticinque anni della Fondazione sono stati presentati come il risultato di un lavoro quotidiano che continua a svolgersi nei reparti ospedalieri, nelle case famiglia, nelle scuole, nelle missioni internazionali e nelle emergenze che negli anni hanno richiesto interventi immediati.
Fondata per aiutare l’infanzia e l’adolescenza in condizioni di disagio, la Fondazione Francesca Rava rappresenta in Italia NPH – Nuestros Pequeños Hermanos, organizzazione umanitaria internazionale che da oltre settant’anni accoglie bambini soli e abbandonati in America Latina, e sostiene inoltre l’ospedale pediatrico Saint Damien di Port-au-Prince, unico ospedale pediatrico gratuito di Haiti. In Italia promuove numerosi progetti dedicati ai minori, alle mamme, alle donne fragili e interviene nelle situazioni di emergenza con una rete di volontari, medici e professionisti.
Mariavittoria Rava ha ricordato come tutto questo sia possibile soltanto grazie a una rete di persone che negli anni hanno deciso di mettere competenze, tempo e risorse a disposizione della Fondazione. Volontari, aziende, professionisti, medici, istituzioni e semplici sostenitori costituiscono una comunità che continua a crescere e che permette ai progetti di trasformarsi in risultati concreti. Il lungo elenco dei ringraziamenti pronunciato durante il suo intervento non aveva il tono di una formalità, ma quello di una memoria condivisa: il riconoscimento di chi ha contribuito, in modi diversi, a costruire questi venticinque anni.


Il Principe di Savoia come casa della solidarietà
Accanto a Mariavittoria Rava è intervenuto Ezio Indiani, direttore dell’Hotel Principe di Savoia, che da molti anni sostiene la Fondazione e ne accompagna alcune delle iniziative più significative.
Nel suo saluto ha ricordato come il rapporto con la Fondazione sia nato da una condivisione spontanea di valori e si sia consolidato nel tempo attraverso una collaborazione che va ben oltre l’organizzazione di eventi. Per il Principe di Savoia, ha spiegato, ospitare appuntamenti di questo tipo significa interpretare l’ospitalità nella sua accezione più ampia: non soltanto accogliere gli ospiti, ma contribuire concretamente alla vita della comunità di cui l’albergo fa parte.
È una visione che racconta bene il ruolo che alcuni grandi hotel continuano a svolgere nella città. Il Principe di Savoia è, oltre che uno degli indirizzi simbolo dell’ospitalità milanese, anche uno spazio nel quale trovano casa incontri, iniziative culturali, eventi istituzionali e progetti solidali capaci di mettere in relazione mondi differenti.
Durante la serata questa vocazione è emersa con naturalezza. Il servizio di sala, la brigata di cucina, i volontari della Fondazione che distribuivano i libri e accompagnavano gli ospiti nella compilazione delle schede per l’asta benefica, gli interventi sul palco e la musica dal vivo hanno costruito un’atmosfera nella quale ogni dettaglio sembrava concorrere allo stesso obiettivo: sostenere il lavoro della Fondazione e ricordare che la solidarietà è sempre il risultato di una collaborazione tra molte persone.

Quando Haiti entra nelle sale del Principe di Savoia
La cena è proseguita senza interruzioni, accompagnata dal servizio di sala e dalla musica del sassofono. Intanto, tra i tavoli, i volontari della Fondazione distribuivano il libro realizzato per il venticinquesimo anniversario e affiancavano gli ospiti nella compilazione delle schede dell’asta benefica. Era un lavoro silenzioso, quasi invisibile, ma raccontava forse meglio di qualsiasi discorso il significato di quella serata: ogni dettaglio contribuiva a trasformare la partecipazione in un gesto concreto. Poco prima del dessert, Rajae Bezzaz ha richiamato l’attenzione della sala per introdurre quello che sarebbe diventato il momento più intenso dell’intera serata: la testimonianza del professor Giangiacomo Nicolini, direttore della Pediatria dell’Ospedale di Conegliano e volontario della Fondazione Francesca Rava da molti anni.
Non è stato il racconto di un medico, ma quello di una persona che ha visto da vicino ciò che normalmente arriva fino a noi soltanto attraverso poche immagini televisive.
Con voce misurata, Nicolini ha riportato il pubblico al gennaio del 2010, quando una telefonata cambiò improvvisamente le sue giornate. Poche ore dopo il devastante terremoto che colpì Haiti, la Fondazione gli chiese di partire. Non c’era tempo per preparare nulla. C’era bisogno di medici.
Da quel momento il Principe di Savoia sembrava essersi allontanato di migliaia di chilometri. Le sue parole hanno trasportato gli ospiti tra le strade distrutte di Port-au-Prince, dentro il Saint Damien, l’unico ospedale pediatrico gratuito del Paese, e tra quei bambini che continuavano a sorridere nonostante avessero perso la casa, la scuola, talvolta la famiglia. Non c’era retorica nel suo racconto. C’erano immagini.
Un bambino che trasforma una lattina in un giocattolo, un padre che lascia il proprio numero di telefono accanto al figlio ricoverato, sperando di poter tornare, le file davanti all’obitorio, le madri che continuavano ad aspettare una risposta.
Ogni episodio restituiva il volto di un Paese che la Fondazione Francesca Rava continua ad accompagnare ogni giorno attraverso l’ospedale Saint Damien, diventato negli anni uno dei simboli più concreti dell’impegno italiano ad Haiti.
Il silenzio che ha seguito il suo intervento è stato probabilmente il momento più eloquente dell’intera serata. Per qualche istante il lusso, la cucina, gli abiti da sera e il prestigio del luogo sono passati in secondo piano. Restavano soltanto le persone.
Una cucina che sceglie di mettersi al servizio di una causa
Quando Rajae Bezzaz è tornata sul palco insieme a Mariavittoria Rava ed Ezio Indiani per accogliere Enrico Bartolini e Pino Cuttaia, il significato della loro presenza appariva ancora più chiaro.
I due chef erano, oltre che gli ospiti d’onore della serata, soprattutto parte della stessa rete di persone che aveva deciso di offrire gratuitamente il proprio lavoro per sostenere la Fondazione.
Bartolini, lo chef italiano più stellato, e Cuttaia, interprete tra i più raffinati della cucina siciliana contemporanea, hanno costruito un menu a quattro mani che univa territori, sensibilità e linguaggi gastronomici differenti.
Mariavittoria Rava ha voluto ringraziarli pubblicamente ricordando quanto tempo, quanta organizzazione e quante persone siano necessarie per portare una brigata fuori dal proprio ristorante e metterla al servizio di un’iniziativa benefica. Dietro ogni piatto servito quella sera c’erano settimane di lavoro, prove, coordinamento e disponibilità, donate con la stessa naturalezza con cui la Fondazione coinvolge ogni giorno medici, volontari e professionisti.
L’alta cucina, in questo contesto, perde qualsiasi dimensione autoreferenziale. Diventa uno strumento capace di generare risorse, creare attenzione e coinvolgere una comunità molto più ampia.

Una rete che rende possibile ogni progetto
Nel corso della serata Mariavittoria Rava ha ricordato uno a uno i tanti partner che, negli anni, hanno scelto di affiancare la Fondazione. Aziende, imprenditori, professionisti, volontari e sostenitori che rappresentano competenze diverse ma condividono la stessa convinzione: nessun progetto di queste dimensioni può essere costruito da una sola persona. Anche l’asta benefica, che ha accompagnato tutta la cena fino alla chiusura della serata, è stata il risultato di questo lavoro collettivo. I lotti messi a disposizione da aziende e donatori hanno permesso agli ospiti di contribuire concretamente alle attività della Fondazione, mentre i volontari continuavano ad assistere i partecipanti con la discrezione che ha caratterizzato l’intero evento.
Tra i sostenitori ricordati dalla Fondazione figurano numerose realtà del mondo imprenditoriale che hanno scelto di trasformare il proprio contributo in un sostegno concreto ai progetti destinati all’infanzia e alle emergenze umanitarie. Un ringraziamento che non aveva il tono di un protocollo istituzionale, ma quello di una comunità che riconosce il valore di chi decide di esserci.
Milano Luxury Life media partner di una serata che racconta il significato del lusso
Essere media partner di un appuntamento come questo significa assumersi una responsabilità diversa da quella di raccontare un evento. Significa documentare il lavoro di una Fondazione che da venticinque anni costruisce ponti tra mondi solo apparentemente lontani: la medicina e l’impresa, il volontariato e la grande ospitalità, l’alta cucina e la solidarietà.
Per Milano Luxury Life, che da sempre racconta il lusso come un sistema di persone, competenze e relazioni, questa serata rappresenta un esempio particolarmente significativo. Il valore di un grande albergo non si misura soltanto dalla qualità dell’accoglienza; quello di uno chef non si esaurisce nei riconoscimenti ricevuti; quello di un imprenditore non coincide esclusivamente con i risultati economici raggiunti.
La Fondazione Francesca Rava ha celebrato venticinque anni di attività ricordando che ogni progetto nasce dall’incontro tra persone disposte a mettere il proprio talento al servizio degli altri. È questa la rete che continua a sostenere l’ospedale Saint Damien, i bambini, le famiglie e tutte le iniziative sviluppate in Italia e nel mondo.
Ed è forse questa l’immagine più autentica che Milano possa offrire di sé: una città capace di trasformare prestigio e relazioni in un gesto concreto di solidarietà.
