Presentato all’Autodromo durante il Gran Premio d’Italia, il nuovo progetto di ACI blueteam nasce per una clientela internazionale che conosce già il nostro Paese e chiede qualcosa di più raro della destinazione: entrare nei luoghi, incontrare le persone e accedere alle esperienze che normalmente rimangono fuori dai circuiti turistici. Dal motorsport al fashion, dalla gastronomia alla nautica, con Damon Hill e Momentum Experiences tra i primi tasselli internazionali.
Dal terrazzo dell’Autodromo di Monza il rettilineo corre sotto il grande ponte giallo di Pirelli, le tribune cominciano a riempirsi e il rumore della pista arriva fino all’area hospitality dove, sotto il sole ancora pienamente estivo di settembre, compare un nome nuovo accanto a un sottotitolo che spiega già parecchio: CAPOLAVORO, Reserved Access to Italy. Sul tavolo, accanto ai materiali del progetto, c’è anche Milano Luxury Life; pochi metri più in là si parla di Formula 1, di moda, di piccoli ristoranti familiari, di automobili storiche, di artigiani e di territori che il turismo internazionale spesso attraversa senza riuscire davvero a raggiungere.
È da questa apparente distanza fra il circuito più celebre d’Italia e una trattoria con cinque tavoli, fra l’hospitality del Gran Premio e gli arrosticini preparati davanti al camino in Abruzzo, che si comprende meglio il progetto presentato il 4 settembre da ACI blueteam. CAPOLAVORO entra nel mercato del luxury incoming con un assunto preciso: per la fascia più alta dei viaggiatori internazionali, l’Italia non ha più bisogno di essere semplicemente mostrata. Deve diventare accessibile in una forma che il normale itinerario, per quanto costoso e impeccabilmente organizzato, non riesce a offrire. È una differenza sottile soltanto in apparenza. E racconta molto di come stia cambiando l’economia del viaggio di alta gamma.

Quando il lusso diventa accesso
Chi arriva oggi nella fascia più alta del turismo internazionale ha spesso già soggiornato nei migliori alberghi, conosce Roma, Firenze, Venezia, Milano e la Costiera, può prenotare una suite o un tavolo stellato praticamente ovunque. Il vero terreno competitivo si sposta quindi dalla qualità, ormai data per acquisita, alla rarità dell’esperienza: chi si incontra, quale porta si apre, quale storia viene raccontata da chi la custodisce, quanto di un luogo può essere vissuto senza che venga trasformato in una rappresentazione per visitatori.
Francesco Comotti, project manager di CAPOLAVORO, durante la presentazione lo ha spiegato attraverso esempi molto più efficaci di qualsiasi formula astratta. Ci sarà naturalmente l’alta ristorazione, ma accanto allo chef stellato potrà esserci il luogo dove il pesto viene ancora preparato al mortaio, con il basilico trattato secondo la tradizione e il Fiore Sardo a ricordare come persino una ricetta possa contenere la geografia di territori diversi. Ci potrà essere un piccolo ristorante in Barbagia con appena cinque tavoli, guidato da una famiglia, oppure un’esperienza abruzzese costruita intorno a un’ospitalità ancora profondamente domestica e agli arrosticini cucinati sul camino.
La questione, in fondo, riguarda una delle trasformazioni più interessanti che stanno attraversando il lusso contemporaneo: il valore si sta spostando progressivamente dal possesso alla possibilità di accedere. L’oggetto raro conserva naturalmente il proprio fascino, ma per chi può acquistare quasi tutto diventa sempre più prezioso ciò che non può essere ottenuto semplicemente entrando in una boutique o chiedendo al concierge.


«Non siamo stati in Italia. Abbiamo vissuto l’Italia»
Comotti sintetizza l’ambizione del progetto con una frase che, ascoltata a Monza, finisce per diventare la chiave dell’intera operazione: l’obiettivo è fare in modo che il viaggiatore, tornando a casa, non dica soltanto «siamo stati in Italia», ma «abbiamo vissuto l’Italia».
Dietro quella formula c’è però una macchina organizzativa complessa. Perché vendere un soggiorno di lusso è relativamente semplice rispetto al tentativo di trasformare centinaia di competenze locali, relazioni personali, luoghi difficili da raggiungere e patrimoni spesso privati in un prodotto internazionale affidabile, replicabile nella qualità ma mai identico nell’esperienza.
ACI blueteam parte da un vantaggio poco appariscente e potenzialmente molto rilevante: la combinazione tra competenze travel, relazioni corporate e capillarità territoriale del sistema ACI. È proprio la rete a costituire uno degli asset più interessanti dell’operazione. Un grande operatore internazionale può conoscere perfettamente le destinazioni italiane più consolidate; molto più difficile è sapere chi, in una provincia lontana dai flussi principali, custodisce un’automobile particolare, una bottega, una collezione, un sapere gastronomico o semplicemente una storia abbastanza significativa da giustificare il viaggio.
Il presidente di ACI blueteam Carlo Bagnasco ha insistito sulla centralità dei territori e sulla possibilità di utilizzare la conoscenza diffusa degli Automobile Club provinciali come parte di questa infrastruttura. È un passaggio importante perché colloca CAPOLAVORO su un piano diverso rispetto al semplice DMC di lusso: la scommessa consiste nel trasformare una rete già esistente in un sistema di scouting dell’Italia meno immediatamente visibile.

Un’Italia organizzata come piattaforma
Anche Roberto Bettinelli, direttore generale di ACI blueteam, porta il ragionamento fuori dal perimetro della vacanza e dentro quello dell’industria turistica. Il patrimonio italiano è già lì: gastronomia, arte, cultura, manifattura, sport, territori e tradizioni hanno una forza internazionale che non necessita di essere dimostrata. Ciò che manca, più spesso, è la capacità di mettere insieme questi elementi in una piattaforma leggibile e acquistabile dal mercato globale, preservandone al tempo stesso l’identità.
È forse questo l’aspetto economicamente più interessante di CAPOLAVORO. L’Italia possiede una quantità straordinaria di valore turistico disperso: piccole imprese, dimore, atelier, collezioni, competenze artigiane, paesaggi, circuiti, cantine, cucine e patrimoni familiari che singolarmente non hanno né la struttura commerciale né la distribuzione necessarie per intercettare la domanda internazionale di fascia alta.
Metterli in rete significa trasformare un capitale territoriale frammentato in prodotto senza ridurlo alla serialità. Ed è precisamente qui che si giocherà la riuscita del progetto, perché il luxury travel contemporaneo vive una contraddizione evidente: deve raggiungere scala internazionale continuando a restituire al cliente la sensazione di aver vissuto qualcosa di irripetibile.
Monza è il punto di partenza, non il confine
Presentare CAPOLAVORO durante il Gran Premio d’Italia è una scelta quasi inevitabile per un gruppo che porta ACI nel proprio DNA, ma sarebbe fuorviante leggere il progetto esclusivamente attraverso l’automotive.
Il motorsport rappresenta piuttosto il primo linguaggio attraverso cui raccontare il concetto di accesso. Monza, Imola e Misano possono diventare luoghi nei quali l’esperienza della pista viene inserita in un viaggio più ampio; le strade italiane, le automobili storiche e il patrimonio motoristico possono costruire itinerari per una clientela che considera la guida parte integrante del viaggio. Da qui, tuttavia, il raggio si allarga rapidamente verso nautica, gastronomia, cultura, design e moda.
Piergiorgio Reggio, Chief Operating Officer di ACI blueteam, ha ricordato come l’azienda sia già profondamente inserita nel fashion attraverso la propria attività corporate e lavori con molti dei grandi marchi del settore. Le collaborazioni legate a CAPOLAVORO non vengono ancora anticipate, ma l’indicazione data a Monza è netta: il nuovo progetto non parlerà soltanto di motori. Fashion e design entreranno nell’offerta insieme alle altre industrie che hanno costruito la reputazione internazionale del Made in Italy. È un dettaglio strategico. Perché Milano, da questo punto di vista, diventa molto più di una tappa.
Milano e Monza, primo laboratorio del nuovo luxury travel
Il sistema Milano-Monza offre infatti una densità difficilmente replicabile: nel raggio di pochi chilometri convivono Formula 1, moda, design, grandi maison, ristorazione, collezionismo, arte, hospitality, eventi internazionali e uno dei tessuti imprenditoriali più sviluppati d’Europa. CAPOLAVORO può così utilizzare il Gran Premio come magnete e costruire intorno a esso un itinerario capace di attraversare mondi molto diversi mantenendo un’unica promessa di accesso.
La Lombardia diventa il primo laboratorio, mentre la Liguria figura tra i territori destinati a entrare nella rete, con una combinazione altrettanto interessante di nautica, borghi, gastronomia, paesaggio e ospitalità. La logica, tuttavia, supera progressivamente le singole regioni: l’obiettivo dichiarato è comporre itinerari trasversali, nei quali la geografia amministrativa conta meno della coerenza fra passioni del cliente ed esperienze disponibili.
Si intravede qui un possibile cambio di paradigma anche per la promozione turistica italiana. Per decenni abbiamo venduto soprattutto destinazioni; il mercato di alta gamma chiede sempre più spesso sequenze di esperienze costruite intorno alla persona, indipendentemente dai confini regionali. In questo modello, una giornata a Monza può condurre a un atelier milanese, quindi a una strada panoramica, a una cantina, a una barca o alla cucina di qualcuno che difficilmente comparirà in una guida internazionale.

Il fattore umano che nessun algoritmo può sostituire
Nel corso della mattinata torna più volte un’espressione: fattore umano. È forse la più significativa, proprio perché arriva nel momento in cui l’intera industria dei viaggi sta investendo in profilazione, intelligenza artificiale, personalizzazione digitale e automazione.
CAPOLAVORO utilizzerà naturalmente la tecnologia per conoscere interessi e preferenze dei clienti e costruire itinerari sempre più precisi. Ma il patrimonio che intende mettere sul mercato rimane profondamente analogico: persone che sanno fare qualcosa, famiglie che custodiscono un luogo, professionisti capaci di raccontare un territorio dall’interno, relazioni che consentono di entrare dove l’accesso ordinario si ferma.
La tecnologia può riconoscere che un cliente ama le automobili storiche, l’architettura razionalista o la cucina regionale; serve però ancora qualcuno che sappia quale garage aprire, quale strada percorrere, chi incontrare e in quale momento. Nel segmento più alto del viaggio, la capacità di creare relazioni torna così a essere infrastruttura economica.

Damon Hill e una rete pensata per il mondo
La vocazione internazionale del progetto emerge anche dalla prima partnership annunciata con Momentum Experiences, operatore specializzato nel mondo del motorsport. ACI blueteam sta lavorando con il gruppo a programmi per il 2027 e il 2028 che coinvolgeranno direttamente Damon Hill, campione del mondo di Formula 1 nel 1996.
La presenza di Hill a Monza non ha quindi il ruolo ornamentale della celebrity invitata a un lancio. Serve piuttosto a mostrare quale tipo di capitale relazionale CAPOLAVORO intenda utilizzare per costruire prodotti difficilmente replicabili: il viaggio diventa più interessante quando una passione può essere vissuta accanto a qualcuno che ne rappresenta la storia.
Per raggiungere il pubblico internazionale serviranno tour operator luxury, travel advisor e network capaci di intercettare una clientela globale; proprio per questo, anche il lavoro sul marchio è stato concepito con lo sguardo rivolto fuori dall’Italia. Reggio ha spiegato come identità grafica e naming siano stati pensati per evocare immediatamente italianità, movimento, velocità e passione, con una riconoscibilità particolarmente importante sui mercati esteri. Nel logo, il profilo dinamico scelto dal brand accompagna una promessa molto precisa: Reserved Access to Italy.
La parte più difficile comincia adesso
Sul rettilineo di Monza, intanto, le vetture continuano a passare e la distanza tra l’immaginario della Formula 1 e quello di un piccolo ristorante di provincia sembra enorme. Per CAPOLAVORO è esattamente lo spazio che dovrà riuscire a colmare.
La materia prima italiana abbonda; il vero lavoro consisterà nel selezionarla, proteggerla dalla banalizzazione, renderla economicamente sostenibile per chi la offre e abbastanza affidabile per una clientela internazionale abituata a standard altissimi. Occorrerà soprattutto evitare che l’autenticità, una volta trasformata in prodotto, perda proprio ciò che la rende desiderabile.
Se l’operazione riuscirà, il risultato andrà oltre la nascita di un nuovo marchio del travel. Potrebbe diventare un modo diverso di organizzare il lusso italiano, mettendo in relazione industrie che troppo spesso continuano a muoversi parallelamente – automotive, moda, design, ospitalità, nautica, gastronomia, cultura – e facendo della rete territoriale il loro denominatore comune.
Perché per chi ha già visto molto del mondo, il privilegio più raro non consiste necessariamente nell’andare più lontano. Consiste nel riuscire ad andare più dentro.

