Al Terminal Warehouse di New York, un edificio industriale del 1891 che occupa un intero isolato tra la Dodicesima Avenue e il fiume Hudson, Calvin Klein ha scelto di presentare la Spring 2027 facendo passare le modelle tra tre sculture di Walter De Maria. Laurie Anderson e Solange entrano nella colonna sonora curata da Kid Harpoon; sulla passerella compaiono cappotti, camicie, completi affusolati, pencil skirt, slip dress, denim, pelle, suede tagliato al laser e lingerie. Veronica Leoni chiama il punto di partenza American Minimalism, ma il minimalismo che sta costruendo per Calvin Klein ha poco a che vedere con l’idea di una moda neutra o semplicemente ridotta all’essenziale. È piuttosto un lavoro sulla riconoscibilità: capire quali elementi appartengano realmente a una delle identità più forti della moda americana e riportarli nel presente senza trasformarli in archivio.
La scelta del luogo aiuta a comprendere il progetto. Terminal Warehouse conserva la scala e la materia della New York industriale, mentre Walter De Maria appartiene a quella generazione di artisti americani che ha modificato il rapporto tra opera, spazio e percezione. Dentro questo scenario Leoni lavora sulla relazione tra abito e corpo, sulla precisione delle proporzioni e sulla possibilità di rendere contemporanei oggetti che fanno parte da decenni del lessico Calvin Klein. Una giacca dalle spalle più ampie può essere stratificata, il completo di cotone rimane slim ma acquista la facilità di una T-shirt, gli abiti sottoveste diventano lunghi evening dress tagliati in sbieco. Persino un motivo check prende spunto dal guardaroba di Georgia O’Keeffe. È una collezione che guarda all’America attraverso le sue immagini più persistenti, evitando di trattarle come nostalgia. È anche il capitolo più recente di una strategia iniziata molto prima di questa sfilata. Quando nel maggio 2024 Calvin Klein nominò Veronica Leoni Creative Director of Collection, la definizione scelta dall’azienda fu particolarmente chiara: Collection sarebbe stata la “pinnacle expression” del marchio, il livello nel quale condensare la sua espressione più alta e dal quale trasferire ispirazione verso il portafoglio principale e il red carpet. Leoni arrivava con esperienze da Jil Sander, Céline nell’epoca di Phoebe Philo, Moncler e The Row, oltre al proprio progetto Quira e alla finale del LVMH Prize del 2023. Quel mandato dice molto anche su come stanno cambiando i grandi lifestyle brand. Calvin Klein non parte dalla necessità di costruire notorietà: è già uno dei marchi americani più riconoscibili al mondo, con prodotti che attraversano underwear, denim, ready-to-wear, accessori, home e fragrance e circa 9 miliardi di dollari di vendite retail globali nel 2025.
La funzione di Collection è più sofisticata. In un sistema di queste dimensioni, la passerella diventa il luogo in cui un’identità globale può essere concentrata, affinata e resa culturalmente leggibile prima di propagarsi attraverso categorie e mercati differenti.



Una linea di vertice per un marchio globale
Calvin Klein è tornato ufficialmente nel calendario della New York Fashion Week nel febbraio 2025, dopo oltre sei anni lontano dalla passerella. Il debutto di Leoni per Fall 2025 riportò nello stesso spazio Calvin Klein, Kate Moss e Christy Turlington e restituì alla settimana della moda newyorkese uno dei nomi che maggiormente hanno contribuito a definirne l’immaginario internazionale. Da allora il percorso si è fatto progressivamente più leggibile. La Spring 2026 ha esplorato la quotidianità newyorkese e quell’idea di vestiti pensati per accompagnare la vita reale che Leoni considera centrale nel marchio; la Fall 2026 ha lavorato sull’eleganza, sul corpo e sulla tradizione iconografica costruita da Calvin Klein tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta. La Spring 2027 porta questo processo a un livello ulteriore: l’American Minimalism diventa un metodo per selezionare ciò che resta essenziale nell’identità della maison. La continuità è importante perché una Collection di vertice produce valore quando riesce a parlare contemporaneamente a pubblici diversi. Deve funzionare davanti ai buyer e agli editor, ma deve anche generare immagini riconoscibili sui red carpet, alimentare il lavoro degli stylist e fornire un vocabolario al resto del marchio. Calvin Klein aveva dichiarato esplicitamente questa relazione già al momento della nomina di Leoni: Collection non è concepita come un universo separato, bensì come il punto più concentrato dal quale idee, proporzioni e sensibilità possono influenzare l’intero ecosistema. È un’impostazione particolarmente interessante in un momento nel quale il consumatore del lusso e del premium sta diventando più selettivo e la costruzione del valore di marca torna al centro delle strategie. Su Milano Luxury Life abbiamo osservato lo stesso fenomeno analizzando il nuovo rapporto tra desiderio, qualità e valore nel lusso contemporaneo: la notorietà da sola non esaurisce più il lavoro di una marca globale, perché il prodotto deve continuare a possedere una ragione culturale per essere desiderato.
Il valore commerciale dell’immaginario
I risultati di PVH permettono di osservare questa costruzione anche dal lato industriale. Nel primo trimestre 2026 il gruppo ha registrato 2,025 miliardi di dollari di ricavi, con il direct-to-consumer in crescita del 6% e progressi sia nei negozi sia nell’e-commerce; per Calvin Klein, underwear e denim sono state indicate tra le categorie protagoniste della strategia sui cosiddetti hero products. Nel secondo trimestre PVH ha realizzato 2,097 miliardi di dollari di ricavi, con l’e-commerce in crescita del 4% e progressi del direct-to-consumer nelle Americhe e nell’Asia-Pacifico. Il management ha inoltre evidenziato valori medi unitari più elevati in queste due regioni e una risposta positiva alle campagne della nuova stagione.
Sono numeri che aiutano a leggere Collection nel contesto corretto: accanto alla scala commerciale delle categorie più accessibili lavora una piattaforma creativa capace di mantenere molto alto il contenuto moda del marchio.
Questa architettura è coerente con il PVH+ Plan, che individua prodotto, consumer engagement, distribuzione digitale e direct-to-consumer tra i principali motori di sviluppo del gruppo. L’obiettivo dichiarato da PVH è costruire Calvin Klein e Tommy Hilfiger come i lifestyle brand più desiderabili al mondo, un’espressione nella quale la parola “desiderabili” è importante almeno quanto la dimensione commerciale.
Nella moda contemporanea le due dimensioni sono sempre più interdipendenti. Una campagna underwear può raggiungere un pubblico enorme; un jeans può diventare uno dei prodotti più forti nella relazione quotidiana con il consumatore; una Collection da passerella può invece stabilire il tono che rende riconoscibili entrambi. Calvin Klein possiede da tempo questa capacità di muoversi tra cultura popolare e moda: le immagini di underwear, denim e fragrance hanno attraversato generazioni differenti proprio perché dietro la loro immediatezza esisteva una disciplina visiva molto precisa.
La strategia recente sembra voler valorizzare contemporaneamente entrambe le anime. Le campagne globali continuano a coinvolgere figure con una fortissima capacità di generare conversazione – nel 2026 il marchio ha lavorato, tra gli altri, con Jung Kook, Tate McRae, Sadie Sink e Raphinha – mentre Collection costruisce una forma più concentrata di autorevolezza fashion.



Da Roma a New York
C’è poi un elemento che rende il progetto di Veronica Leoni particolare anche dal punto di vista creativo. La designer romana divide il proprio lavoro tra New York e Roma e ha raccontato la nuova Calvin Klein Collection come una visione transatlantica nella quale la velocità della città americana incontra una sensibilità europea più riflessiva. Vogue ha descritto il suo lavoro come un tentativo di modernizzare l’eredità del marchio senza replicarla letteralmente, un equilibrio probabilmente decisivo quando si interviene su un’identità già entrata nella cultura popolare.
Leoni è inoltre la prima donna a guidare creativamente Calvin Klein e il suo percorso professionale offre una combinazione insolita di esperienza nei grandi marchi e cultura del prodotto. La sua idea di minimalismo non consiste nel sottrarre carattere all’abito, ma nel rendere evidente ciò che conta: struttura, taglio, materia, gesto, rapporto con il corpo.
La Spring 2027 ne è forse la formulazione più chiara finora. La palette parte dal bianco e dal nero e introduce scarlatto, giallo brillante, royal blue, cherry red e citron; le borse acquistano volume oppure si trasformano in forme triangolari simili a origami; seta, cotone, lana leggera, pelle e suede convivono con riferimenti allo sportswear americano. La costruzione rimane controllata anche quando il guardaroba acquista colore e sensualità.
New York ritrova uno dei suoi codici
Il ritorno di Calvin Klein ha inoltre un significato che supera i confini dell’azienda. New York Fashion Week ha vissuto negli ultimi anni una fase di ridefinizione del proprio ruolo internazionale e il ritorno stabile di una maison con questa storia restituisce peso al calendario americano. Quando Collection tornò in passerella nel 2025, figure dell’industria interpellate da Vogue sottolinearono quanto la presenza di un marchio di questa portata fosse importante anche per attrarre talenti, stampa e attenzione internazionale verso l’intero ecosistema cittadino.
Spring 2027 sembra proseguire proprio su questa traiettoria. Terminal Warehouse, Georgia O’Keeffe, Walter De Maria, Laurie Anderson: non sono citazioni decorative, ma tasselli di un’America culturale che Calvin Klein può raccontare con una credibilità difficilmente replicabile. L’operazione diventa interessante proprio perché il marchio non tenta di inseguire i codici delle maison europee. Utilizza invece la propria storia per ricordare che il minimalismo, la sensualità, il denim, l’underwear e un certo pragmatismo urbano sono stati, e continuano a essere, un linguaggio americano della moda.
Anche il red carpet offre già qualche indicazione sulla capacità di Collection di uscire dalla passerella. Nella nostra copertura di Cannes 2026 avevamo incontrato Calvin Klein Collection proprio in quella dimensione, con Géraldine Nakache in un look della Fall 2026. È un dettaglio che racconta bene la logica del progetto: la Collection genera immagini ad alto valore culturale che possono accompagnare il marchio nei luoghi nei quali moda, cinema e celebrities si incontrano.
Il lusso della coerenza
Ciò che rende interessante il caso Calvin Klein, osservandolo dal punto di vista del business del lusso, è la precisione con cui le diverse parti del marchio possono sostenersi reciprocamente. La dimensione globale offre distribuzione e riconoscibilità; denim e underwear mantengono una relazione quotidiana con milioni di consumatori; campagne e ambassador alimentano la rilevanza culturale; Collection torna a occupare il livello nel quale la moda può essere sperimentata con maggiore libertà e rigore.
È una costruzione che richiede tempo, e proprio il tempo può diventare uno dei suoi punti di forza. Tre stagioni dopo il ritorno in passerella, il linguaggio di Veronica Leoni appare sempre più legato ai codici originari di Calvin Klein e contemporaneamente più personale. La Spring 2027 non pretende di riscrivere da zero una storia che non ne ha bisogno: sceglie piuttosto di lavorare su ciò che quella storia ha lasciato in eredità e di riportarlo dentro la conversazione contemporanea.
Il risultato più interessante, per un marchio che nel 2025 ha generato circa nove miliardi di dollari di vendite retail globali, potrebbe essere proprio questo equilibrio. La forza industriale di Calvin Klein offre a Collection una piattaforma globale; Collection restituisce all’intero sistema una forma concentrata di cultura, stile e desiderabilità. È uno scambio che spiega perché la passerella, anche nell’epoca dell’e-commerce, degli ambassador globali e dei social network, continui ad avere un valore che va molto oltre gli abiti mostrati per pochi minuti a New York.
