Arturo Artom e la nuova intelligenza: il futuro appartiene a chi collega

by Francesco Russo
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Al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, l’imprenditore ha presentato il nuovo saggio pubblicato da Piemme. Sul palco istituzioni, università, ricerca, cultura e impresa per discutere la forma di talento richiesta dall’era dell’intelligenza artificiale

Nel grande auditorium del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, la tesi di Arturo Artom ha preso forma prima ancora di essere spiegata. Accanto all’autore sedevano una rettrice, un medico, giornalisti, esponenti delle istituzioni, dell’arte e dell’impresa. Donatella Sciuto, Roberto Burioni, Tommaso Sacchi, Barbara Carfagna, Francesca Senette, Maria Vittoria Baravelli e Giovanni Bozzetti hanno composto un tavolo volutamente trasversale, davanti a una platea gremita. La serata si è chiusa con la voce del tenore Dave Monaco, accolta da una standing ovation. Era, in fondo, la dimostrazione pratica di ciò che Arturo Artom sostiene nelle 128 pagine di La nuova intelligenza. Connetti le idee. Esplora. Divertiti, pubblicato da Piemme: nel nuovo ambiente cognitivo il valore nasce dalla capacità di attraversare discipline differenti, riconoscere legami ancora invisibili e mettere in comunicazione persone, linguaggi e competenze. Il libro parte da una constatazione: tecnologie, algoritmi, crisi e nuove regole possono rendere rapidamente insufficiente un patrimonio professionale costruito nell’arco di anni. La risposta proposta dall’autore è una forma di intelligenza più mobile, curiosa e connettiva.

Dalla competenza alla connessione

Arturo Artom usa una formula destinata a creare discussione: «Oggi non vince chi sa di più. Vince chi collega meglio». La competenza conserva il proprio valore, ma perde il monopolio che aveva nel modello novecentesco, quando studio, specializzazione e senso del dovere promettevano una progressione professionale relativamente lineare. Il contesto contemporaneo premia chi sa aggiornare rapidamente la mappa, spostarsi tra settori e combinare conoscenze che, considerate separatamente, risultano già disponibili a una macchina. È qui che compare la figura delle menti orizzontali. Artom le contrappone al “bravino”, impeccabile nell’eseguire ciò che ha imparato e più vulnerabile davanti a sistemi artificiali capaci di replicare procedure, produrre risposte e processare enormi quantità di informazioni. La persona decisiva diventa quella che orchestra strumenti diversi, formula domande inattese e riconosce opportunità nell’incontro tra mondi distanti. Secondo Artom, persino il programmatore sta passando dal ruolo di esecutore a quello di coordinatore di agenti artificiali. La provocazione arriva fino allo scrolling. Mentre una parte del dibattito pubblico lo associa a distrazione e perdita di concentrazione, Artom lo interpreta, quando rimane sotto controllo, come un radar: una palestra di selezione rapida, passaggio tra contesti e intercettazione dei segnali deboli. La sua posizione cerca deliberatamente l’attrito. Il punto interessante non consiste nel trasformare l’uso compulsivo dello smartphone in una virtù, bensì nel domandarsi quali adattamenti cognitivi stiano già avvenendo sotto i nostri occhi e quali possano essere governati anziché semplicemente condannati.

Una tesi messa alla prova

Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico di Milano, ha riportato il discorso sul terreno dell’educazione: l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità a condizione che gli studenti sviluppino capacità critica, analisi e disponibilità a formarsi lungo l’intera vita. Ha inoltre richiamato il rischio che l’automazione elimini molte posizioni iniziali, rendendo più difficile l’ingresso dei giovani nel lavoro. Giovanni Bozzetti, presidente di Fondazione Fiera Milano, ha descritto applicazioni già operative dell’intelligenza artificiale nella gestione degli accessi, dei flussi di traffico, dei visitatori e delle relazioni commerciali durante le manifestazioni. La tecnologia migliora le prestazioni, ha osservato, purché rimanga governata dall’intelligenza umana e non ne favorisca l’inerzia.

Fra la libertà esplorativa indicata da Artom e il presidio critico richiamato da Sciuto e Bozzetti si trova il nodo più fertile del libro. Collegare non significa rinunciare alla profondità. Significa sapere quando la propria competenza deve aprirsi, contaminarsi e diventare parte di un sistema più ampio. L’intelligenza orizzontale funziona soltanto quando dispone di nodi solidi da mettere in relazione.

L’innovazione come biografia

La teoria di Artom nasce da un percorso attraversato più volte dal cambiamento tecnologico. Nel 1993 fondò Telsystem, la prima azienda italiana a fornire servizi telefonici in concorrenza con la SIP, contribuendo alla liberalizzazione del mercato. Fu successivamente vicepresidente di Omnitel e amministratore delegato di Viasat; nel 2000 creò Netsystem, divenuta in pochi anni un riferimento europeo per l’ADSL via satellite. Nel 2011 fondò il Forum della Meritocrazia e nel 2015 il Cenacolo Artom, costruito attorno all’incontro tra protagonisti di arte, scienza, impresa, musica e cultura.

Il networking, nel suo caso, precede il libro ed evita di ridursi a una tecnica di pubbliche relazioni. Diventa un modo di pensare: osservare quali competenze potrebbero completarsi, quali persone dovrebbero conoscersi e quale valore potrebbe nascere dalla loro conversazione. La presentazione al Museo della Scienza ha riprodotto questa grammatica, mettendo nello stesso spazio medicina, università, divulgazione, politica culturale, arte e impresa.

Anche l’intervento di Pietro Terzini ha tradotto il concetto in un segno visivo. La frase «La nuova intelligenza non si firma, si imprime» ha accompagnato la serata, portando il linguaggio dell’arte dentro una discussione che avrebbe potuto rimanere confinata alla tecnologia. Nel chiostro del Museo, il confronto è poi proseguito in forma conviviale, confermando la predilezione di Artom per ambienti in cui il contenuto nasce anche dalla qualità delle relazioni.

La scuola delle domande

Il capitolo più urgente riguarda la formazione. Quando le macchine sono capaci di fornire risposte sempre più elaborate, il talento umano si sposta verso la costruzione delle domande, la verifica delle fonti, il giudizio e la capacità di collegare storia, tecnologia, arte, scienze ed esperienza personale. Artom immagina una scuola meno irrigidita dalla separazione delle materie e più disponibile al reverse mentoring, nel quale anche i giovani trasferiscono agli adulti conoscenze, comportamenti e segnali culturali emersi nei nuovi ambienti digitali.

La proposta merita di essere letta come un invito ad ampliare il metodo, senza liquidare il valore dello studio. La conoscenza profonda rimane necessaria; cambia il modo in cui viene utilizzata. Il sapere che resta chiuso nel proprio perimetro rischia di invecchiare. Quello capace di dialogare con altri saperi può generare innovazione.

La performance conclusiva di Dave Monaco ha consegnato alla serata una sintesi meno teorica. Dopo algoritmi, lavoro, università e futuro cognitivo, una voce umana ha riempito l’auditorium senza bisogno di interfacce. La tecnologia accelera, ordina e connette; la cultura continua a dare significato alle connessioni.

La nuova intelligenza interessa proprio per la sua capacità di dividere, sollevare obiezioni e costringere il lettore a misurarsi con un cambiamento già in corso. L’idea più convincente resta anche la più semplice: in un mondo saturo di risposte, il vantaggio appartiene a chi sa costruire relazioni tra le cose. E, soprattutto, a chi comprende perché quelle relazioni contino.

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