Milano ha sempre avuto con Arnaldo Pomodoro un rapporto di prossimità profonda. Città d’adozione dal 1954, laboratorio degli esordi, spazio di relazioni, teatro di ricerca, Milano è stata per il Maestro molto più di un indirizzo biografico: una materia urbana, una camera di risonanza, un luogo in cui la scultura poteva misurarsi con l’industria, l’architettura, il segno, la tecnologia, la memoria e la modernità.
Alle Gallerie d’Italia – Milano, museo di Intesa Sanpaolo in Piazza Scala, questa relazione torna oggi al centro con “Arnaldo Pomodoro: una vita. Le grandi opere delle Collezioni Intesa Sanpaolo e Fondazione Arnaldo Pomodoro”, in programma dal 29 maggio al 18 ottobre 2026, in collaborazione con la Fondazione Arnaldo Pomodoro. La mostra arriva in un momento particolarmente denso: a un anno dalla scomparsa dell’artista, avvenuta il 22 giugno 2025 nella sua casa di Milano, e nel centenario della nascita, nel 1926 a Morciano di Romagna.
Curata da Luca Massimo Barbero, curatore associato delle Collezioni di Arte Moderna e Contemporanea di Intesa Sanpaolo, e da Federico Giani, curatore della Fondazione Arnaldo Pomodoro, l’esposizione riunisce quarantacinque opere provenienti dalle Collezioni Intesa Sanpaolo e dalla Fondazione, costruendo un racconto antologico che attraversa decennio dopo decennio la vicenda creativa di uno dei grandi protagonisti dell’arte italiana e internazionale del secondo Novecento.
Alla preview stampa, introdotta dalla presenza di Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo, e di Carlotta Montebello, Direttore Generale della Fondazione Arnaldo Pomodoro, la mostra si è presentata come un gesto di restituzione: al pubblico, alla città, alla storia dell’arte contemporanea, alla materia stessa della scultura.

Piazza Scala come teatro della memoria
Il percorso si apre nel cuore di Milano, in quella Piazza Scala che tiene insieme banca, teatro, museo, città e rappresentazione pubblica. Le Gallerie d’Italia sono una sede particolarmente adatta a raccontare Pomodoro perché uniscono la qualità istituzionale del museo alla densità architettonica di un luogo stratificato. Sale storiche, ambienti decorati, spazi espositivi contemporanei, passaggi, cortili, giardino: tutto concorre a far emergere la tensione centrale dell’opera di Pomodoro, sempre sospesa tra superficie e profondità, ordine e frattura, forma perfetta e energia interna.
La mostra si dirama dal Salone Scala alle sale espositive attigue, attraversa il Salone Manzoni e il Cantiere del Novecento, raggiunge le sale di Palazzo Brentani, arriva al Chiostro ottagonale e al Giardino di Alessandro, dove vivono stabilmente due opere monumentali del Maestro: Disco in forma di rosa del deserto n. 1 e Sfera grande.
Queste due presenze raccontano anche la collaborazione pluriennale tra Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Fondazione Arnaldo Pomodoro, impegnate in un progetto condiviso di conservazione e valorizzazione delle opere dell’artista appartenenti al patrimonio della Banca. Il museo, guidato nel progetto Gallerie d’Italia da Michele Coppola, Executive Director Arte Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia, assume così il ruolo di custode attivo di un’eredità artistica che appartiene al paesaggio culturale italiano.
La scultura come scrittura
Pomodoro entra nella scultura attraverso una forma singolare di scrittura. Negli anni Cinquanta, nel pieno della stagione informale milanese, i suoi altorilievi appaiono come superfici incise, alfabeti misteriosi, campi di segni in cui la materia sembra parlare una lingua originaria. Argento, cemento, piombo, stagno, rame, zinco, ferro, idronalis, bronzo: i materiali diventano strumenti di una grammatica plastica, mentre il segno acquista una densità archeologica e futuribile insieme.
Il primo nucleo della mostra restituisce proprio questo momento: la nascita di uno stile, la progressiva definizione di una scrittura scultorea, il rapporto con una Milano che negli anni Cinquanta diventa crocevia di sperimentazioni. Pomodoro guarda alla materia come a un luogo da interrogare. Incide, scava, accumula, organizza frammenti. Ogni superficie appare come una tavola, un reperto, una pagina, un codice.
È uno dei tratti più potenti della sua opera: la capacità di far convivere arcaico e tecnologico. Le sue forme sembrano appartenere a una civiltà antica e insieme a una macchina del futuro. Parlano di memoria, ma anche di radar, antenne, rotazioni, comunicazione, energia.

La forma perfetta e il suo interno inquieto
All’inizio degli anni Sessanta, Pomodoro affronta la tridimensionalità e si misura con le forme della geometria solida: sfere, dischi, piramidi, coni, colonne, cubi. Il bronzo lucido offre superfici compatte, quasi solenni; l’interno si apre invece come una ferita, una cavità, un organismo complesso. La forma geometrica, nella sua perfezione apparente, viene squarciata, corrosa, esplorata.
Da questa tensione nasce una delle immagini più riconoscibili dell’arte contemporanea: la sfera di Pomodoro. La mostra presenta Sfera n. 1 del 1963, prima delle sfere realizzate dall’artista, tappa decisiva di una ricerca che lo porterà ad affermarsi sulla scena internazionale.
La sfera è mondo, macchina, pianeta, reliquia, corpo celeste, congegno. La superficie riflette, l’interno rivela. Pomodoro lavora sul contrasto tra ordine e caos, tra lucentezza e scavo, tra forma compiuta e complessità nascosta. È una metafora che conserva intatta la propria forza: ogni civiltà, ogni istituzione, ogni corpo, ogni città custodisce un interno più inquieto della propria apparenza.

Il Salone Scala e la leggerezza del fiberglass
Nel Salone Scala, il percorso prende avvio con una grande pedana, quasi un palco, popolata da sculture in fiberglass bianco. Il materiale, leggero e quasi immateriale, dialoga con la saturazione decorativa dell’ambiente e consente alle forme di emergere con una presenza più mentale che monumentale.
Qui compaiono opere dagli anni Sessanta agli anni Duemila, raccolte intorno ai temi del movimento e del disequilibrio, fondamentali nella ricerca di Pomodoro. Il Cubo e il Movimento di crollo, con colonne spezzate e recise, trasmettono il senso di un tempo instabile e in trasformazione; il Giroscopio e il Colpo d’ala, nato come omaggio a Umberto Boccioni, introducono l’idea di movimento come energia inventiva; la Rotativa di Babilonia, la Ruota e il Cuneo con frecce spingono il visitatore verso immagini di irruzione, rotazione, profondità, generazione.
In questa sala la mostra trova un equilibrio particolarmente felice. Le opere appaiono come presenze sceniche, quasi strumenti di un teatro astratto. Pomodoro, del resto, ha sempre avuto una relazione intensa con la scena, realizzando macchine spettacolari per il teatro, dalla tragedia greca al melodramma, dal contemporaneo alla musica. Il Salone Scala restituisce questa dimensione teatrale con grande chiarezza.
Gli anni americani e la misura minimalista
Un’altra sezione guarda alle sperimentazioni maturate tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, anche grazie agli anni di insegnamento nei campus della West Coast americana, tra Stanford University, University of California a Berkeley e Mills College. In quella stagione, Pomodoro dialoga con un contesto diverso, più aperto alla misura ambientale, alla scala pubblica, al minimalismo, al rapporto tra forma e spazio.
Opere come Rotante massimo e Forma X portano in mostra due poli opposti e complementari, bronzo e acciaio, massa e tensione, corpo e segno. La geometria si fa più essenziale, ma conserva una forza interna. Anche quando Pomodoro lavora sulla semplificazione formale, la materia resta attraversata da energia.
L’America è stata per l’artista un luogo di confronto e apertura. La sua opera ha trovato collocazione in spazi pubblici di straordinaria importanza simbolica: davanti alle Nazioni Unite a New York, alla sede parigina dell’Unesco, al Trinity College di Dublino, nei parchi sculturali della Pepsi Cola a Purchase e dello Storm King Art Center a Mountainville, oltre che in città come Milano, Copenaghen, Brisbane, Los Angeles, Darmstadt.
La scultura di Pomodoro ha sempre cercato la dimensione pubblica. Anche nei lavori più raccolti, si avverte una vocazione monumentale, una naturale disposizione a confrontarsi con piazze, istituzioni, università, giardini, luoghi collettivi.
La comunicazione, le antenne, le cronache
Tra gli anni Settanta e Ottanta, la ricerca dell’artista torna con forza sui temi della scrittura e della comunicazione. Le serie delle Immagini e delle Cronache assumono quasi il carattere di lettere private dedicate ad amici artisti come Gastone Novelli e Ugo Mulas. Le Aste cielari, evoluzione delle Colonne del viaggiatore, diventano antenne futuribili, forme verticali attraversate da un’idea di segnale.
È una delle parti più sottili del percorso. Pomodoro costruisce oggetti che sembrano strumenti di trasmissione, architetture del messaggio, dispositivi arcaici e tecnologici. Il tema della comunicazione attraversa tutta la sua opera: scrivere nella materia, aprire la forma, mostrare l’interno, trasformare la scultura in un codice.
Nel Cantiere del Novecento, le opere degli anni Sessanta entrano in dialogo con le Collezioni d’arte moderna e contemporanea del Gruppo Intesa Sanpaolo. La vera perla dei lucidi, Radar n. 1 e Il grande ascolto risuonano con nuclei tematici come segno, spazio, superficie, impronte, tracce, memorie, idee di spazio. Accanto, idealmente, si muovono maestri e compagni di viaggio: Lucio Fontana, Alberto Burri, Achille Perilli, Piero Dorazio, Pietro Consagra, e poi Nicola Carrino, Alighiero Boetti, Giuseppe Spagnulo, Mauro Staccioli.
Il percorso suggerisce una Milano attraversata da relazioni, affinità, tensioni. Pomodoro emerge come figura autonoma e allo stesso tempo profondamente inserita nella grande conversazione artistica del Novecento italiano.
Archivio, documenti, vita
Una sala della mostra immerge il visitatore nell’archivio dell’artista attraverso cataloghi, riviste, ritagli stampa, manifesti, lettere, schizzi e fotografie. È una scelta importante perché sottrae la mostra alla sola monumentalità delle opere e la riporta dentro il lavoro quotidiano: relazioni, studi, appunti, progetti, tentativi, contatti, memoria cartacea.
L’archivio rende visibile la continuità di una vita creativa. Mostra l’artista mentre costruisce, pensa, viaggia, espone, scrive, collabora. Ogni documento diventa una piccola apertura sulla complessità di un percorso durato oltre sessant’anni.
Il titolo, “Una vita”, trova qui la sua ragione più profonda. La mostra racconta Pomodoro attraverso le opere, ma anche attraverso la trama di rapporti e materiali che hanno accompagnato la sua avventura. Vita, in questo caso, significa disciplina, durata, intensità, fedeltà a un linguaggio, capacità di trasformazione.
Le colonne come viaggio
Il tema del viaggio attraversa tutta la poetica di Pomodoro e trova una delle sue forme più emblematiche nelle Colonne. Tre Colonne del 2010, dislocate nelle sale di Palazzo Brentani, conducono i visitatori verso le due grandi opere monumentali che chiudono il percorso.
La colonna, per Pomodoro, è asse, memoria, segno verticale, resto archeologico e antenna contemporanea. Porta in sé il peso della storia e la tensione verso l’alto. È rovina e strumento, monumento e dispositivo.
Nelle Colonne A, B e C, la scrittura si dilata fino a coprire interamente la forma totemica, propagandosi come superficie ipnotica. Nei Continuum, sempre del 2010, la scrittura sembra espandersi potenzialmente all’infinito, confermando quanto il tema del segno sia rimasto centrale fino agli anni Duemila.
Pomodoro ha continuato a tornare sui propri esordi, a rielaborare la scrittura, a farla crescere in scala e in complessità. Questa fedeltà al proprio alfabeto è uno degli aspetti più affascinanti della sua opera: ogni nuovo lavoro sembra riaprire un’origine, portandola più lontano.
Il Chiostro ottagonale e il Giardino di Alessandro
Il percorso si conclude con due presenze monumentali che appartengono stabilmente agli spazi delle Gallerie d’Italia di Milano e che sono state recentemente restaurate: Disco in forma di rosa del deserto n. 1 e Sfera grande.
Il primo, nel Chiostro ottagonale, è una metafora del principio di germinazione del mondo minerale: un bronzo che sembra nato dalla terra e dal tempo, una forma che evoca deserto, cristallizzazione, energia, crescita lenta. La seconda, nel Giardino di Alessandro, è la versione in fiberglass della prima grande Sfera realizzata dall’artista, parte della Collezione Luigi e Peppino Agrati.
Qui la mostra trova il suo punto di massima evidenza pubblica. Le due sculture vivono nel museo e nella città, tra architettura e paesaggio, tra permanenza e attraversamento. Il visitatore arriva dopo aver percorso bassorilievi, sfere, colonne, archivi, opere in dialogo con il Novecento, e incontra Pomodoro nella sua dimensione più riconoscibile: quella della grande forma capace di abitare lo spazio.
È un finale molto milanese. La scultura esce dalla sala e diventa presenza urbana, memoria condivisa, oggetto di sguardo collettivo.
Una mostra sulla durata
“Arnaldo Pomodoro: una vita” ha il merito di raccontare la durata. In un tempo culturale spesso dominato dalla velocità delle inaugurazioni e dalla successione delle immagini, questa mostra chiede al visitatore di seguire un percorso lungo: dagli anni Cinquanta agli anni Duemila, dagli altorilievi alle sfere, dalle colonne alle opere ambientali, dall’archivio alla città.
Pomodoro appare come un artista della persistenza. La sua ricerca ha attraversato materiali, scale, continenti, contesti, tecniche, ma ha conservato alcuni nuclei costanti: la materia come profondità, la forma come tensione, la scrittura come enigma, la geometria come superficie da aprire, lo spazio pubblico come destino naturale della scultura.
La sua opera parla ancora con forza perché appartiene a più tempi. Ha radici arcaiche, energia industriale, immaginario spaziale, memoria archeologica, sensibilità teatrale. Ogni sfera sembra un pianeta e un congegno, ogni colonna una rovina e un’antenna, ogni incisione un alfabeto remoto e una traccia futura.
Milano e il patrimonio culturale del lusso
Per Milano Luxury Life, raccontare questa mostra significa anche allargare l’idea di lusso oltre il consumo e dentro la cultura. Milano è capitale della moda, del design, dell’hotellerie, del business, ma è anche città di musei, fondazioni, archivi, collezioni private, patrimoni aziendali, palazzi storici, mecenatismo contemporaneo.
Il progetto Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo si inserisce in questo paesaggio con una funzione sempre più rilevante: valorizzare un patrimonio artistico e renderlo accessibile, costruendo mostre che uniscono ricerca, allestimento, educazione e fruizione pubblica. La collaborazione con Fondazione Arnaldo Pomodoro conferma quanto il sistema culturale milanese viva di alleanze tra istituzioni, archivi, musei, collezioni e competenze.
Il lusso autentico, in una città come Milano, passa anche da qui: dalla capacità di custodire memoria, produrre conoscenza, aprire palazzi, restaurare opere, costruire percorsi educativi, trasformare la collezione in esperienza.
Il Maestro e la città
Arnaldo Pomodoro ha vissuto quasi tutta la sua vita adulta a Milano. Qui ha lavorato, esposto, insegnato, progettato, costruito relazioni. Qui si è spento serenamente nel 2025, poche ore prima del suo novantanovesimo compleanno, lasciando un’eredità immensa per la forza dell’opera e per la coerenza di un pensiero rimasto fino alla fine orientato al futuro.
La mostra alle Gallerie d’Italia permette di rileggere questa eredità attraverso una lente particolarmente milanese: l’incontro tra arte e istituzione, tra museo e banca, tra scultura e architettura, tra memoria privata e spazio pubblico. Pomodoro torna al centro della città, a pochi passi dalla Scala, dentro un percorso che sembra fatto per misurare il rapporto tra forma e tempo.
La sua opera insegna ancora una cosa essenziale: ogni superficie perfetta custodisce una profondità da esplorare. Ogni forma compatta contiene movimento. Ogni segno può diventare mondo.
Informazioni utili
Arnaldo Pomodoro: una vita
Le grandi opere delle Collezioni Intesa Sanpaolo e Fondazione Arnaldo Pomodoro
Dove:
Gallerie d’Italia – Milano
Piazza della Scala, 6
Quando:
Dal 29 maggio al 18 ottobre 2026
A cura di:
Luca Massimo Barbero e Federico Giani
In collaborazione con:
Fondazione Arnaldo Pomodoro
Orari:
Martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica: 9.30 – 19.00
Lunedì chiuso
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Biglietti:
Intero 12 euro
Ridotto 10 euro
Ridotto speciale 6 euro per clienti Gruppo Intesa Sanpaolo
Gratuito la prima domenica del mese, under 26, scolaresche, dipendenti Gruppo Intesa Sanpaolo
Catalogo:
Società Editrice Allemandi

